domenica 28 febbraio 2016

Kenshiro Abbe

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Kenshiro Abbe (阿部 謙四郎 Abe Kenshirō; 15 dicembre 1915 – 1º dicembre 1985) è stato un artista marziale giapponese, maestro di judo, aikido e kendo.

Biografia

A seguito di un inizio carriera illustre nelle arti marziali, ha servito nell'esercito imperiale giapponese prima e durante la seconda guerra mondiale. Si è poi formato nell'aikido con il suo fondatore, Morihei Ueshiba, per un decennio. Abbe si specializza in diverse arti marziali e diventa 8° dan di judo, 6° dan di Aikido, e 6° dan di kendo. Dopo aver insegnato judo, aikido e kendo in Europa torna in Giappone nel 1964 e vi rimase per la maggior parte del resto della sua vita.

Giovinezza

Abbe è nato il 15 dicembre 1915 in un villaggio nella Prefettura di Tokushima, sull'isola di Shikoku, in Giappone. Era il figlio di Toshizo Abbe, che era preside della scuola locale e di un'istruttrice di kendo, Kote Abbe. La coppia ha avuto quattro figli e cinque figlie, e Abbe era il figlio più giovane della famiglia. Il 4 settembre 1919, quando Abbe non aveva ancora 4 anni, il padre annegò in un'inondazione. Un giovane maestro di scuola, Manpei Hino, in seguito divenne una figura paterna per il giovane ragazzo e lo introdusse alle arti marziali, tra cui il sumo.
Nel 1929, Abbe cominciò a imparare judo da Kazohira Nakamoto, un ex agente di polizia. Nello stesso anno, è stato promosso al grado di 1° dan e, insolitamente, ha raggiunto 2° dan l'anno successivo, e 3° dan l'anno dopo. Così, all'età di 16 anni, è diventato lo studente di judo più giovane promosso al 3° dan un onore che ha ricevuto direttamente da Shohei Hamano, un istruttore del Dai Nippon Butokukai (abbreviato in 'Butoku kai' o 'Butokukai'), che era l'organismo ufficiale di governo per le arti marziali giapponesi. Durante il suo quinto anno presso la scuola, Abbe entrò in un torneo regionale che coinvolge 30 paesi, servendo come capitano per la squadra dalla città di Kawashima. Durante l'Esame di 1° dan, Abbe aveva catturato l'attenzione di Shotaro Tobata dal Butoku Kai, che era stato chiamato a quell’evento. Tobata aveva suggerito a Nakamoto e Abbe di richiedere l'iscrizione al rinomato Budo Senmon Gakko (abbreviato in 'Busen,' e talvolta indicato come 'Busen college'), una scuola specializzata per le arti marziali. Con l'aiuto aggiuntivo di un insegnante di nome Nakano, Abbe ora pronto per l'esame di ammissione a Kyoto. Di tutti i candidati, di cui ci sono stati circa 300 dello stesso anno, in 20 sarebbero stati accettati nel programma judo e 20 nel programma di kendo. Abbe fu accettato in entrambi programmi.

Budo Senmon Gakko - Formazione

Masahiko Kimura è stato forse più famoso avversario di Abbe nell'epoca d'oro del judo Nel 1934, Abbe si trasferì a Kyoto con la madre e la sorella Toyoka in modo che potesse frequentare il Busen. Abbe studiò Kendo sotto la direzione del capo istruttore di kendo del Busen, Kinnosuke Ogawa, un maestro che aveva il grado di 10° dan. Ogni sabato pomeriggio al Busen, tradizionalmente, si tenevano tornei di judo. Abbe combatté contro cinque avversari in successione (ogni combattimento aveva una durata di cinque minuti) e vinse quasi tutti questi scontri. Nel suo primo anno al Busen, è stato promosso a 4° dan di judo. Nell'autunno del suo secondo anno fu promosso 5° dan, in quel periodo combatteva con 20 avversari di fila. Nel mese di maggio del 1935 Abbe gareggiò nel campionato di divisione per quinti dan e sconfisse Masahiko Kimura. Quel combattimento fu per Kimura uno dei soli quattro incontri che perse nella sua carriera professionale. Secondo i biografi Keith Morgan e Henry Ellis, Kimura disse dopo l'incontro "è come combattere con l'ombra". Abbe era alto 168 cm e pesava 71 kg in quel momento; Kimura era solo un pollice più alto, ma molto più pesante (85 kg). Due anni più tardi, durante i quali Kimura si era allenato duramente, cercò Abbe presso il Kodokan e lo sconfisse sonoramente in una sessione di prove libere di 20 minuti. Abbe seguiva anche lezioni di filosofia con Hajime Tanabe presso l'Università di Kyoto (allora conosciuto come Kyoto Daigaku Teikoku, o 'Università imperiale di Kyoto'). In questo periodo, la sorella Toyoko iniziò a studiare naginata Tendō-ryu sotto un'insegnante di nome Mitamura Chiyo (in Giappone, la naginata sono state praticate quasi esclusivamente da donne sin dal periodo Edo). Dopo la laurea al Busen, Abbe diventò un istruttore di judo al Butoku Kai e venne promosso 6° dan di judo nel 1937.

Il servizio militare

Nel giugno del 1937, Abbe fu arruolato nel Esercito giapponese imperiale e, successivamente, fu inviato in un presidio in Manciuria. Servì per quattro anni, durante i quali non fu in grado di continuare la formazione nel judo, ma fu in grado di praticare kendo. Durante la permanenza all'estero, iniziò a formulare la sua filosofia "kyushindo". Il suo servizio si concluse nel 1941 e tornò a Kyoto, dove incontrò e sposò sua moglie Keiko. Abbe non rimase un civile a lungo, tuttavia, poiché il Giappone è entrò nella la seconda guerra mondiale verso la fine dello stesso anno.
Abbe fu assegnato a un'unità di formazione in Prefettura di Tokushima, dove ha studiò Jukendo (baionetta). Fu in questo periodo che incontrò Morihei Ueshiba, fondatore dell'Aikido. Ueshiba era circa un sessantenne (più o meno il doppio dell'età di Abbe). Rogers, Ellis ed Eastman (2004) forniscono il seguente resoconto del loro primo incontro:
È stato durante un viaggio in treno in Giappone che Abbe incontrò Ueshiba. Abbe non sapeva chi fosse e disse a Ueshiba: "Che cosa stai guardando, vecchio?" Ueshiba rispose: "Io so chi sei!". Abbe modestamente rispose: "Tutti mi conoscono, io sono Kenshiro Abbe, campione della All Japan". Ueshiba poi si presentò come il Fondatore dell'Aikido, ed Abbe gli rispose che lui non sembrava abbastanza forte per essere un maestro di arti marziali. Ueshiba poi offrì ad Abbe il mignolo, e disse: ".. Ma il giovane uomo, se si sente molto forte, può provare a rompere il mio dito!". Abbe in un primo momento rifiutò, ma alla fine accettò la sfida. Abbe afferrò il dito e subito dopo si ritrovò immobilizzato sul pavimento.
Morgan ed Ellis (2006) danno una versione leggermente diversa:
Durante il viaggio su un treno Abbe notò un uomo anziano che lo fissava e che gli disse che era un 5° Dan di Judo. Abbe rispose "Perché, come fai a saperlo?» «Perché hai la formazione di un 5° Dan. Allora, chi sei?" Kenshiro rispose: "Tutti sanno chi sono, io sono Kenshiro Abbe, il campione di judo di tutto il Giappone!". Il vecchio continuò a parlare con Kenshiro nonostante volesse riposare. Alla fine, il vecchio mise un dito in faccia a Kenshiro, "Se sei così potente, rompi il mio dito!" Abbe prese il dito e si trovò sul pavimento sotto il pieno controllo del vecchio. Il vecchio permise a Kenshiro di tornare al suo posto. "Chi sei?" Chiese Kenshiro Abbe. "Io sono Morihei Ueshiba, il fondatore dell'Aikido." Kenshiro Abbe era sbalordito la tecnica del vecchio e gli chiese di diventare suo allievo.
Abbe studiò Aikido sotto Ueshiba per 10 anni, fino a raggiungere il grado di 6° dan in quell'arte, durante questo periodo, Abbe ebbe due figlie: Junko e Noriko
Nel 1945, il Butoku Kai promosse Abbe al 7° dan di judo e 6° dan di kendo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, tuttavia, il Butoku Kai e Busen erano entrambi chiusi. Abbe fu assunto come insegnante di judo per il Dipartimento di polizia di Kyoto e diventò capo istruttore di judo per la polizia di Kyoto. Fu anche insegnante alla Doshisha University di quella città. In quel periodo il judo era in declino, fu dimesso dalla polizia ed ebbe una terza figlia.

Europa

Nel 1955 Abbe viaggiò per il Regno Unito. Egli andò su invito della London Judo Society (LJS) e fu il primo maestro ad insegnare aikido. Nel Regno Unito, nello stesso anno, fece delle dimostrazioni di aikido al LJS e alla Royal Albert Hall di Londra. Abbe continuò ad insegnare aikido al suo dojo (sala di allenamento), affettuosamente conosciuto come 'The Hut,' che si trovava dietro un pub a Hillingdon, Londra.
Nel 1958, Abbe fondò il Judo British Council (BJC), l'Aikido British Council, British Council Karate, British Council Kendo, e British Council Kyudo. In questo periodo viaggiò molto nel Regno Unito e in Europa, ed Invitò altri maestri giapponesi di arti marziali. Tra questi Mitsusuke Harada (Shotokan karate) e Tadashi Abe (aikido). Durante questo periodo, la famiglia di Abbe rimase in Giappone. Robinson (2007) scrisse "Abbe invitò la sua famiglia a vivere con lui a Londra però rifiutarono, a quanto pare non erano affatto attratti dallo stile di vita che Kenshiro poteva offrire loro in Inghilterra."
Abbe fu promosso all'8° dan di judo nel 1960.



Gli ultimi anni

Ci sono racconti contraddittori sugli ultimi anni di Abbe in Giappone. Morgan ed Ellis (2006) affermano che visse con la sua famiglia per il resto della sua vita, mentre Cavalcanti (2004) e Bagot (2007) sostengono che ci furono dei problemi e che finì a vivere lontano dalla sua famiglia. Le fonti sembrano concordare, tuttavia, che Abbe fu di ottimo umore anche verso la fine della sua vita.
Il 17 novembre 1985 fu ricoverato in ospedale a seguito di un ictus.
Abbe morì il 1º dicembre 1985 in Giappone. Il funerale di Abbe fu tenuto il 10 giugno 1986 al tempio di Zuiganji, che si trova a sud del Monte Bizan a Tokushima, nella tomba di famiglia.
Robinson (2007) scrisse, "Abbe fu il maestro che ha introdotto Kendo, Aikido, Karate, Kyudo, Jukendo, Iaido, Yarido e Naginatado in Europa ma è morto quasi completamente da solo e dimenticato dai più."

sabato 27 febbraio 2016

Gotō Mototsugu

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Gotō Mototsugu (後藤 基次), noto altresì come Gotō Matabei (後藤 又兵衛), (5 maggio 1565 – 2 giugno 1615) è stato un samurai del periodo Sengoku.
Combatté sotto Kuroda Yoshitaka e in seguito sotto Toyotomi Hideyoshi in Corea e a Sekigahara. Fu ucciso nella battaglia di Dōmyōji durante l'assedio di Osaka nel 1615.
Nel secondo assedio di Jinju, durante l'invasione della Corea da parte di Hideyoshi, Gotō fu il primo samurai ad entrare nel castello di Jinju.
Durante l'assedio di Osaka, Gotō fu uno dei più abili e feroci generali dell'armata occidentale di Toyotomi Hideyori. Fu il comandante in capo nella battaglia di Dōmyōji dove, nettamente in minoranza contro i samurai di Date Masamune, mantenne la posizione aspettando i rinforzi che si erano persi nella nebbia. Impossibilitato a mantenere la posizione senza rinforzi, Mototsugu fu ferito da un proiettile e, non riuscendo più a stare in piedi, commise seppuku.
Dopo la sua morte i samurai di Mototsugu furono facilmente sconfitti e la sua testa trovata dalle forze nemiche. La storia afferma che il suo valore oggi è tale da sconvolgere tutti, alleati e nemici: guidando i suoi uomini con una tattica colpisci e corri, uccise da 70 a 80 cavalieri. Si fermò solo quando il suo cavallo fu troppo esausto ed ebbe bisogno di un altro destriero per continuare a combattere.

venerdì 26 febbraio 2016

Kogai

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Il kogai e la kozuka (o Kogatana) sono due piccoli coltelli giapponesi.
Queste piccole armi sono portate dai samurai uno su ciascun lato del fodero del tanto o wakizashi, due tipi di spada corta, attraverso due buchi nella Tsuba, cioè il guardamano.

Caratteristiche ed utilizzo

Il kogai assomiglia ad un sottile punteruolo e il kozuka o kogatana sembra un moderno coltello da carne, solo più piatto, a filo liscio singolo, con una punta; ambedue i coltelli sono completamente in acciaio, o con manico decorato, ed hanno usi non esattamente militari, cioè il Kogai è usato per acconciare i capelli, e sull'altra estremità vi è un pommellino per togliere il cerume dalle orecchie, mentre invece il Kozuka era più spesso usato come tagliacarte, invece che nel ruolo bellico, per cui non è ben congegnato. Tuttavia altre fonti affermano che essi venissero utilizzati come armi secondarie: il kogai veniva utilizzato come dardo da lancio (in modo simile al Bo-Shuriken o al Kunai), mentre il kozuka come un coltellino di riserva da usare nell'impossibilità di utilizzare le armi primarie.
Quest'ultimo ha due nomi perché kozuka è il nome del tipo di impugnatura e kogatana è il nome del tipo di lama, dunque l'arma in sé stessa è chiamata con uno qualunque dei due nomi.

giovedì 25 febbraio 2016

Bhairava

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Bhairava (in Sanscrito, "Terribile, spaventoso") a volte conosciuto come Kala Bhairava è una divinità hindu, feroce manifestazione di Shiva associata all'annientamento. Egli è spesso raffigurato con volto accigliato, occhi arrabbiati, denti di tigre nitide e capelli fiammeggianti; completamente nudo eccetto una ghirlanda di teschi e un serpente arrotolato al collo. Nelle sue quattro mani porta un cappio, il tridente, un tamburo, e un cranio. Egli è spesso accompagnato da un cane. Ha avuto origine nella mitologia induista ed è una divinità sacra per gli indù, i buddisti e i giainisti. È adorato in Nepal, Rajasthan, Karnataka, Tamil Nadu e Uttarakhand.

Leggende

L'origine di Bhairava può essere ricondotta a una conversazione tra Brahma e Vishnu raccontata nello Shiva Purana, in cui Vishnu chiede di Brahma: "Chi è il creatore supremo dell'Universo?". Arrogantemente, Brahma rispose a Visnu di adorarlo come Creatore Supremo. Un giorno di Brahma pensò: "Ho cinque teste, Shiva ha anche cinque teste. Posso fare tutto quello che fa Shiva e perciò io sono Shiva". Brahma così era diventato un po' egoista, iniziando persino a fare il lavoro di Shiva interferendo nelle mansioni di Shiva. Poi Mahadeva (Shiva) ha gettato un piccolo chiodo dal dito, che ha assunto la forma di Kala Bhairava che casualmente è andato a tagliare la testa di Brahma. Il cranio di Brahma così verrà detenuto nelle mani di Kala Bhairava; Brahma Kapala nelle mani di Kala Bhairava e Brahma dell'Io è stato distrutto divenendo illuminato. Nella forma del Kaala Bhairava, Shiva si dice che sia la guardia ciascuno di questi Shaktipeeth. Ogni tempio Shaktipeeth è accompagnato da un tempio dedicato a Bhairava.
Bhairava si mostra secondo otto manifestazioni cioè Ashta Bhairava:
  • Asithaanga Bhairava
  • Ruru Bhairava
  • Chanda Bhairava
  • Krodha Bhairava
  • Unmattha Bhairava
  • Kapaala Bhairava
  • Bheeshana Bhairava
  • Samhaara Bhairava
Kala Bhairava è concettualizzato come il Guru della divinità planetaria Shani (Saturno). Bhairava è conosciuto come Bhairavar o Vairavar in lingua tamil dove è spesso presentato come un Grama deva o tutore del villaggio che salvaguarda il devoto su tutte le otto direzioni (Ettu tikku). Conosciuto in lingua cingalese come Bahirawa, egli protegge i tesori. Bhairava è la principale divinità venerata dagli Aghori.

Lavori

I suoi templi e i santuari sono presenti all'interno o in prossimità delle principali Jyotirlinga dei templi, i sacri dodici santuari dedicati a Shiva in tutta l'India, tra cui il Tempio Kashi Vishwanath a Varanasi e il Tempio Mahakaleshwar a Ujjain, dove Bhairav è adorato dalla Kapalika e Aghori le sette dello Shivaismo, qui si può anche trovare le Patal Bhairav e Vikrant Bhairav i santuari.
Templi Kaal Bhairava si possono trovare anche in giro Shakti Peetha, come è detto Shiva ha assegnato il compito di custodire ciascuno dei 52 Shakti Peetha a ogni Bhairava. Così ci sono 52 forme di Bhairava, che sono di fatto considerate come un manifestazione di Shiva stesso.
Tradizionalmente Kal Bhairav è il Grama deva nei villaggi rurali di Karnataka, Maharashtra e Tamil Nadu, dove è indicato come "Bhaivara / Annadhani" Vairavar . In Karnataka come Signore Bhairava è il Dio supremo per la comunità, comunemente indicato come "Gowdas", soprattutto per la casta Gangadikara Gowda è considerato come il custode e il punitore.
Il riformatore indù Adi Sankara ha scritto un inno su Kala Bhairava di Kashi, che si chiama come Kala Bhairav Ashtakam.

Osservanze

Bhairava Ashtami per commemorare il giorno Kal Bhairav apparso sulla terra, si celebra il Krishna paksha Ashtami del mese Margashirsha di calendario indù con un giorno di preghiere speciali e riti.
A Bhaktapur ogni anno in occasione del Bisket Jatra si celebra anche una festa in onore di Bhairava trascinando un carro per le vie della città.

Templi

Bhairava è un importante divinità Newari. In tutti gli insediamenti tradizionali Newari hanno almeno un tempio di Bhairava. La maggior parte dei templi di Bhairava sono in Nepal e mantenuti da sacerdoti Newari.

mercoledì 24 febbraio 2016

Qi Gong

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Il termine Qì Gōng si riferisce a una serie di pratiche e di esercizi collegati alla medicina tradizionale cinese e in parte alle arti marziali che prevedono la meditazione, la concentrazione mentale, il controllo della respirazione e particolari movimenti di esercizio fisico. Il qi gong si pratica generalmente per il mantenimento della buona salute e del benessere sia fisici sia psicologici, tramite la cura e l'accrescimento della propria energia interna (il Qi).

Etimologia
La parola 氣 (cinese semplificato 气, pinyin qi) significa sia aria sia spirito, esprimendo così un concetto di "soffio vitale", con un'accezione simile a quella del greco antico pnéuma (πνεῦμα) e del sanscrito prana (प्राण). La parola 功 (pinyin gōng) significa tecnica o abilità. Il termine completo qi gong vuol dire quindi tecnica del respiro o tecnica dello spirito, indicando l'arte di far circolare l'aria nel modo più adatto per raggiungere e mantenere il benessere psicofisico.

Caratteristiche generali
Esistono molte tecniche diverse di qi gong. Il qi gong si può praticare in modo statico oppure in movimento e prevedere movimenti prefissati (qi gong energia lavoro). In Cina, molte forme di qi gong tradizionale sono collegate con la medicina, con correnti filosofiche come il taoismo, il buddismo e con le arti marziali.
Anche i princìpi di riferimento cambiano a seconda della finalità con cui si pratica il qi gong. Per finalità terapeutiche o igieniche il qi gong attinge ai princìpi della medicina tradizionale cinese. Se praticato con finalità spirituali, si basa su principi collegati all'alchimia cinese e alle indicazioni del pensiero spirituale o religioso a cui fa capo. Anche nel caso di pratica come arte marziale, molti stili di qi gong fanno riferimento alle corrispondenti correnti di pensiero culturali e spirituali in cui l'uso marziale si è venuto a sviluppare.
Le reazioni di fronte alla pratica del qi gong sono variegate. La maggior parte dei medici occidentali, una parte dei dottori della medicina tradizionale cinese e il governo cinese considerano il qi gong essenzialmente dal punto di vista dell'esercizio fisico, vedendolo come una pratica congiunta di tecniche di controllo di respirazione e del movimento che può contribuire a mantenere la forma e il benessere fisico. Altri si pongono da un punto di vista più metafisico, arrivando a sostenere che la respirazione e gli esercizi di movimento avrebbero un'importante influenza sulle forze dell'universo; questo risvolto del qi gong tuttavia viene generalmente considerato una credenza.

Storia
Il qi gong ha una storia molto antica, invece l'origine del qi gong moderno si colloca nel 1955 in corrispondenza dell'apertura di un ospedale di qi gong a Tangshan e della pubblicazione dei libri La pratica della terapia Qi Gong (Liao Fa Shi Jian) di Liu Guizhen e Qi Gong per la salute (Qi Gong Ji Bao Jian Qi Gong) di Hu Yaozhen.

L'influsso della medicina cinese
La descrizione di alcuni esercizi fisici atti a mantenere la salute si trova già nello Huángdì nèijīng Suwen (黄帝内经素問 Il libro interiore dell'Imperatore Giallo - Domande semplici), risalente al 200 a.C. e scritto sotto forma di dialogo tra l'imperatore e un suo consigliere. Il testo è anche il trattato di medicina cinese più antico di cui si è tramandata la versione integrale.
Nel 1973 presso il villaggio di Mawangdui 马王堆, vicino a Changsha 长沙 (capitale della provincia dell'Hunan 湖南省), vennero ritrovati all'interno di una tomba risalente al primo periodo della dinastia Han 汉朝 (all'incirca 2500 anni fa) diversi frammenti parzialmente illustrati uno dei quali mostra quarantaquattro uomini impegnati in esercizi di controllo della respirazione e del movimento. Le posizioni portano il nome di animali selvatici che simboleggiano il tipo di malessere o di malattia che l'esercizio serve a contrastare. Sebbene questi documenti rappresentino chiaramente elementi in seguito entrati a far parte del qi gong, non è tuttavia possibile desumere da essi che all'epoca esistesse già un metodo completamente strutturato.
Nella sua evoluzione, la medicina cinese ha sviluppato una concezione del corpo umano come rappresentazione di un universo in miniatura. In questo contesto, ha assunto importanza anche la funzione del Qi inteso come energia interiore la cui qualità e il cui flusso più o meno armonico influenzano lo stato di benessere o l'insorgere della malattia. Da questo filone di pensiero derivano direttamente i concetti di Yin e yang 阴阳 e dei cinque elementi taoisti.
Fu durante il periodo delle dinastie Sui 隋朝 e Tang 唐朝 (tra il 581 e il 907 d.C.) che le teorie mediche e il concetto di Qi della letteratura taoista Yangsheng si collegarono insieme a formare una vera e propria specializzazione medica.
Secondo questa teoria, il Qi è presente negli organi del corpo umano e circola al suo interno seguendo i meridiani vitali, producendo un effetto protettivo sia all'interno che alla superficie del corpo umano. Dal punto di vista della medicina, la salute è protetta e mantenuta dall'opera congiunta delle sostanze Qi, ossia Jīng (精 l'essenza), Xuè (血 il sangue) e Jīnyè (津液 letteralmente saliva o sudore, in senso più lato i fluidi corporali) e l'esercizio serve per garantire questo corretto funzionamento complessivo. L'accrescimento e il controllo del Qi acquista così un ruolo fondamentale.
Seguendo il principio che è meglio mantenere la buona salute piuttosto che curare la malattia, il qi gong terapeutico prevede un'elevata quantità di serie di esercizi finalizzati a prevenire gli squilibri del Qi. Un esempio è la serie del Dao Shi Qigong (qi gong ordinato o taoista) che prevede esercizi diversi in armonia con le stagioni dell'anno, a evidenziare l'influenza reciproca e inscindibile tra l'ambiente interiore e quello esteriore.

L'influsso del taoismo
Alle origini di quel che si definisce taoismo c'è il Dàodéjīng (道德經 Il libro del Tao), un testo risalente al 400 a.C. circa e attribuito tradizionalmente al filosofo Lǎozǐ 老子 la cui stessa esistenza è incerta. Il libro è una raccolta di pensieri di origine più antica, fino a quel momento tramandati soltanto oralmente, integrati da una serie di riflessioni a commento. I circa 5000 logogrammi di cui è composto parlano del Tao (in pinyin Dào) (道, cammino) e della virtù (德, dé), usando una formulazione enigmatica e aperta a molteplici interpretazioni. Questo carattere criptico dei contenuti è formulato chiaramente fin dalla frase iniziale del testo: "Il Tao di cui tratto non è un Tao eterno".
La civilizzazione del confucianesimo viene vista solo come un'estraneazione dall'ordine naturale. Il libro invece suggerisce uno stile di vita semplice e la cura del Qi, indicando come regola ottimale quella del non intervento (无为 wúwéi), ossia lasciare che le cose seguano il loro corso naturale. In modo ancor più radicale, il filosofo Zhuāngzǐ 庄子, nel quarto secolo a.C., si spinge a rifiutare regole e convenzioni sociali in nome della libertà dell'individuo.
Nel corso del terzo secolo a.C. si diffuse la corrente di pensiero dell'Huang Lao, basata su una combinazione degli insegnamenti medici di Huángdì 黄帝 con quelli spirituali di Laozi. In questa forma di taoismo si manifestano un forte significato politico e una certa scienza in merito alla preservazione del corpo. Nello stesso periodo di tempo, si diffuse in parallelo la convinzione che alcune tecniche di qi gong potessero portare all'immortalità fisica. L'ideale dell'immortalità in effetti è in relazione diretta con il postulato di base dell'integrità dell'ordine cosmico: il corpo continuerà a funzionare stabilmente e in modo sicuro come l'intero universo se si comprende come mantenerlo secondo le regole del Tao.
A partire dal 200 d.C., il medico Hua Tuo formalizzò così la cosiddetta "arte dei cinque animali" (五禽戲 Wŭ Qín Xì): "... gli antichi saggi curavano l'arte della respirazione. Allungavano gli arti e i lombi e muovevano i muscoli dell'addome. Così fermavano l'avanzare del tempo. Possiedo un metodo che è chiamato l'arte dei cinque animali: la tigre, il cervo, l'orso, la scimmia e l'uccello".
Fra le diverse tecniche per prolungare la vita, nel taoismo gioca un ruolo fondamentale l'alchimia. In particolare, vengono distinte due categorie: l'alchimia esterna (waidan) e quella interna (neidan). L'alchimia esterna tenta di rendere il corpo incorruttibile tramite elisir ottenuti per distillazione o miscelazione di sostanze. L'alchimia interna invece si basa su tecniche meditative e di controllo del respiro e dei movimenti del corpo per ottenere l'immortalità dello spirito. L'insieme di queste possibilità, il prolungamento della vita, il ringiovanimento e il mantenimento della salute, viene riassunto nel termine Yăngshēng (养生 nutrire il corpo), che oggi si usa anche per indicare le tecniche di Qi gong di carattere medico.
Il termine non va confuso con quello quasi analogo Yăngshén (养神 nutrire lo spirito), che si riferisce a tecniche più meditative, nelle quali l'alchimia viene intesa come mezzo di trasformazione della consapevolezza. Una delle principali scuole di questo tipo di qi gong alchimistico fu il Tai Yi Jin Hua Zong Zhi (Il segreto del fiore d'oro). La tecnica risale probabilmente al primo taoismo ed è descritta per la prima volta nei lavori di Wei Bo Yang (circa 140 d.C.). Nelle sue evoluzioni successive compare un'evidente influenza buddhista tanto che il metodo è diventato un componente importante in alcune varianti dello Zen. Questo tipo di qi gong è puramente meditativo e inizia con il controllo e il pilotaggio del respiro, senza prevedere alcun tipo di esercizio fisico. Da questa stessa tecnica, nel secondo secolo d.C., derivò una forma religiosa di taoismo (Il signore del cielo), probabilmente anche come risposta al rapido diffondersi del buddhismo.
Un ruolo importante giocava anche la cura delle malattie mediante rituali e talismani, così come erano importanti le pratiche divinatorie. A differenza del taoismo filosofico, il taoismo religioso andò sviluppando un ampio pantheon con una miriade di divinità difficilmente inquadrabili in un quadro sistematico e mentre nei templi divenne operante una forma di religiosità più popolare, nei monasteri, specie in quelli più isolati, a partire dal XII secolo si evolsero le tecniche di Yangshen Qi gong.
A partire dalla fine del VI secolo, l'impatto del buddhismo sulla vita intellettuale della Cina fu considerevole così come lo fu quello del taoismo, apprezzato e promosso soprattutto nelle classi sociali più elevate. Durante questo periodo particolarmente travagliato della storia cinese, che durò fino alla fine della dinastia Tang (907), i contenuti delle due filosofie religiose si mescolarono nel processo di collegamento con le teorie della medicina tradizionale. Fu così che pratiche rituali, ideali spirituali e tecniche di cura si combinarono insieme dando vita a una serie di nuove concezioni. Probabilmente fu proprio in questo periodo che si svilupparono gli esercizi di qi gong collegati alle stagioni dell'anno sul concetto di mantenere il qi e in generale il mondo interiore in armonia con le fasi del mondo esteriore.
All'inizio del primo millennio, lo Yuanqi Lun (raccolta di testi sul Qi originario) insiste continuamente sull'importanza di mantenere il cuore vuoto e quindi sull'efficacia degli esercizi di controllo della respirazione e del corpo come precondizione per accedere al Qi originario. Oltre al cuore, inteso come sede dello spirito, nel Qigong taoista giocano un ruolo essenziale anche i tre Dan tian e le cosiddette Piccola circolazione celeste e grande circolazione celeste. In una serie di indicazioni complesse e spesso contorte, l'adepto viene istruito a purificare il proprio qi e a fondere insieme i tre Dan tian per ricomporne l'unità originaria.
Con l'inizio della dinastia Song, le idee neoconfuciane divennero il nuovo punto di riferimento per lo sviluppo intellettuale cinese. Il qi venne così studiato in modo più sistematico e scientifico, con importanti ricadute positive sulle teorie mediche. Le pratiche taoiste rimasero confinate nell'ambito di templi e monasteri. I centri principali di questa cultura sono Wudang, nella provincia di Hubei, Emeishan nel Sichuan e Laoshan nello Shijingshan.



 

martedì 23 febbraio 2016

Dambe

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Il Dambe è una forma di pugilato associata alla popolazione Hausa dell'Africa occidentale.
Storicamente il Dambe includeva una componente di wrestling, conosciuta come Kokawa, ma oggi essenzialmente è un'arte di pugilistica. Lo sport è stato tradizionalmente associato alla casta dei macellai Hausa, sebbene nel corso dell'ultimo secolo si sia progressivamente svincolata da questi sino a prevedere dei tornei itineranti. Questi tornei sono svolti nei villaggi durante il periodo della mietitura, integrando i combattimenti dei campioni locali con stranieri nei festeggiamenti per il raccolto. Fu inoltre tradizionalmente praticato come allenamento dagli uomini che si preparavano per andare in guerra cui, difatti, allude parte della terminologia impiegata. Oggi compagnie pugilistiche itineranti svolgono incontri all'aperto accompagnati da cerimonie e percussioni, nelle terre degli Hausa (Nigeria settentrionale, Niger sud-orientale e Ciad sud-occidentale).
Il nome "Dambe" deriva dalla Hausa per "boxing" e compare in altre lingue, come il bole, come Dembe. I pugili sono chiamati in lingua Hausa "daæmaænga"

Teorie sull'origine

Il (singolo) avvolgimento di corda sui pugni dei pugili Hausa assomiglia ad alcune antiche rappresentazioni di combattenti egiziani, nuragici e ellenici. Da ciò la speculazione che il Dambe sia direttamente correlata alla boxe egizia (Powe, 1994). Quali siano le effettive influenze continua a essere fonte di contenzioso, ma tale tesi è supportata dalla teoria che gli Hausa, in passato, vivessero ben più ad est Sudan, di quanto non siano oggi, consentendogli così di venire a contatto con la cultura egizia.

lunedì 22 febbraio 2016

Honjō Shigenaga

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Honjō Shigenaga (本庄 繁長; 12 gennaio 1540 – 29 gennaio 1614), è stato un samurai giapponese del periodo Sengoku che visse dal periodo Azuchi-Momoyama a quello Edo. Shigenaga servì il clan Uesugi ed è famoso per averli traditi. Aveva il titolo Echizen no kami (vecchio titolo equivalente a quello dello Shugo).

Vita

Shigenaga combatté nella quarta battaglia di Kawanakajima come comandante della retroguadia sinistra, in qualità di servitore di Uesugi Kenshin.
Comunque, nel 1568-1569, dopo la campagna di Kawanakajima si ribellò brevemente contro Kenshin e si alleò con Takeda Shingen, la nemesi di Kenshin, poiché Shigenaga era profondamente insoddisfatto delle ricompense per le sue azioni. Prima uccise Nagao Fujikage, vassallo Uesugi, e catturò il suo castello. Questo tradimento costrinse Kenshin ad assediare il castello di Murakami tenuto da Shigenaga. L'assedio si rivelò estremamente costoso per Kenshin, con la perdita di Irobe Katsunaga, uno dei suoi generali, ucciso in battaglia, e perché non era facile conquistare il castello. Nonostante la ribellione contro Kenshin, che durò un anno, Takeda Shingen non lo aiutò, e Shigenaga fu costretto ad arrendersi a Kenshin sotto la coordinazione del clan Ashina. Dopo l'assedio fu perdonato da Kenshin.
Dopo la morte di Kenshin nel 1578 Shigenaga supportò Uesugi Kagekatsu come successore nell'assedio di Ōtate. Nel 1588, Shigenaga entrò nuovamente in conflitto con il clan Mogami ed il clan Date dove sconfisse un esercito Mogami nella battaglia di Jugorihara (十五里ヶ原の戦い). Quando Mogami Yoshiaki espanse i suoi territori nella regione dello Shōnai (provincia di Dewa) minacciando Yoshiuji Daihoji, questi chiese l'aiuto di Shigenaga. Assieme riconquistarono i territori nello Shōnai per il clan Uesugi. Nel 1598 Uesugi Kagekatsu fu trasferito al castello di Aizuwakamatsu (Prefettura di Fukushima) dallo shogunato Toyotomi, mentre Shigenaga fu trasferito nella regione di Aizu.[6]
Più tardi, durante il conflitto tra i lealisti Toyotomi e Tokugawa Ieyasu, Shigenaga combatté una serie di battaglie contro Date Masamune e Mogami Yoshiaki nell'assedio di Hasedō e battaglia di Matsukawa. Le forze Date attaccarono più volte e si difesero da un attacco nelle retrovie, nonostante il loro tentativo di attaccare dal monte Shinobu. Il 6 Ottobre, Shigenaga resistette ad un attacco dei guerrieri di Date Masamune, tra cui Katakura Kagetsuna, Oniniwa Tsunamoto e Yashiro Kageyori. Le sue forze uccisero diversi famosi soldati di Kagetsuna, costringendo Date Masamune a fermare gli attacchi e ripiegare mentre Shigenega difese con successo il castello di Fukushima dai tentativi d'invasione della coalizione orientale.

Honjō Masamune

Honjō Shigenaga è particolarmente noto per essere il possessore della famosa spada Honjō Masamune, una katana reppresentativa dello Shogunato durante la maggior parte dell'era Tokugawa.[10] Shigenaga fu attaccato da Umanosuke che già possedeva un certo numero di teste quali trofei. Shigenaga fu attaccato con la Honjō Masamune che gli spaccò l'elmo in due, me egli sopravvisse, vinse e prese la spada come premio. La spada fu tenuta da Shigenaga finché non la mandò al castello di Fushimi tra il 1592 ed il 1595. A corto di fondi fu costretto a vendere la spada a Toyotomi Hidetsugu, nipote e servitore di Toyotomi Hideyoshi. Fu comprata per 13 Mai, 13 O-Ban che erano 13 larghe monete d'oro.

domenica 21 febbraio 2016

Hori Hidemasa

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Hori Hidemasa (堀 秀政; 1553 – 28 giugno 1590) fu un samurai giapponese del periodo Sengoku, conosciuto anche come Hori Kyūtarō (堀 久太郎), servitore prima di Oda Nobunaga e successivamente di Toyotomi Hideyoshi. Fu uno dei più importanti generali di Hideyoshi e guidò la maggior parte delle sue battaglie durante la sua ascesa.


Biografia

Nato nella provincia di Mino, fu cresciuto assieme al cugino Hori Naomasa da suo zio, un sacerdote Ikkō. All'inizio servì Ōtsu Chōji e Kinoshita Hideyoshi. All'età di tredici anni entrò al servizio di Oda Nobunaga. A sedici divenne bugyō per la costruzione della residenza dello shōgun Ashikaga Yoshiaki a Hongaku-ji lavorando con Sugaya Nagayori, Ōtsu Nagaaki, Yabe Iesada, Hasegawa Hidekazu, Manmi Shigemoto e Fukutomi Hidekatsu. Tuttavia iniziò a passare sempre più tempo nei campi di battaglia. Nel 1575 aiutò Nobunaga nella campagna contro gli Ikkō-ikki della provincia di Echizen e successivamente contro i Saika-ikki due anni dopo, guidando un'armata degli Oda assieme a Hashiba Hideyoshi e Sakuma Nobumori.
Hidemasa seguì Nobunaga contro Araki Murashige nel 1578 e nel 1579, e contro i Takeda nel 1581. Nello stesso anno gli fu assegnato il feudo di Sakata nella provincia di Ōmi, con un ricavo di 25.000 koku. Anche se alcune fonti riportando che controllasse il castello di Nagahama durante quel periodo, molte altre indicano che fu Hideyoshi il vero assegnatario. Durante questo periodo fu ancora un bugyō e supervisionò la costruzione di un palazzo per i missionari Portoghesi. Giocò un ruolo importante durante la disputa religiosa degli Azuchi (安土宗論 Azuchi shūron) nel 1579. Servendo come rappresentante di Nobunaga mantenne buoni rapporti con Tokugawa Ieyasu, Niwa Nagahide, e altri.
Nel 1582, Oda Nobunaga fu ucciso nell'incidente di Honnō-ji. Hidemasa entrò al servizio di Toyotomi Hideyoshi dopo la lotta per la successione all'interno del clan Oda e divenne l'assegnatario della maggior parte dei vecchi territori Oda.
Hidemasa guidò l'avanguardia di Hideyoshi nel 1582 durante la battaglia di Yamazaki assieme a Nakagawa Kiyohide e Takayama Ukon, e l'anno seguente ricevette grandi lodi da Tokugawa Ieyasu per la sua abilità nel combattimento. A questo punto Hideyoshi iniziò la sua battaglia con Shibata Katsuie, e Ieyasu espresse la propria fiducia nel fatto che la campagna sarebbe stata vinta senza problemi. Hidemasa fu promosso al quinto rango, prendendo il grado di Saemonfu (Ufficiale di sicurezza di Corte (左衛門)) e gli fu assegnato il feudo di Sawayama nella provincia di Ōmi con un ricavo di 90.000 koku. In seguito gestì per Hideyoshi i negoziati con la setta Ikkō che si opponeva fermamente a Nobunaga; il capo sacerdote di Renshō-ji era il cugino di Hidemasa, Hori Rokuemon, e così gli attriti furono velocemente risolti.
Hidemasa guidò nuovamente le forze di Hideyoshi nel 1584. Nella campagna di Komaki e Nagakute venne sconfitto dalle forze di Tokugawa Ieyasu. Colto di sorpresa da Ōsuga Yasutaka e Sakakibara Yasumasa riuscì a mantenere la posizione e respingere gli attacchi ma dovette successivamente ritirarsi dopo l'arrivo delle forze principali Tokugawa di 9.000 soldati. L'anno seguente Hideyoshi divenne Kampaku (Reggente Imperiale) e Hidemasa fu promosso al quarto rango di Corte. Dopo l'assedio di Negoro-ji e l'invasione di Shikoku, gli furono assegnate le terre di Niwa Nagahide nella provincia di Echizen, con una rendita di 180.000 koku. Si racconta che per la maggior parte della campagna non abbia mai riposato combattendo battaglia dopo battaglia senza interruzione.
Nell'assedio di Odawara del 1590 Hidemasa guidò per l'ultima volta le forze di Hideyoshi. Guidò il fianco sinistro dell'armata assediante con valorosi guerrieri sotto il suo comando, conquistando numerose fortificazioni minori.
Hidemasa si ammalò improvvisamente quell'anno e morì. le sue terre furono ereditate dal figlio maggiore Hori Hideharu.

sabato 20 febbraio 2016

Hatakeyama Shigetada

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Hatakeyama Shigeyasu (畠山 重忠; 1164 – 1205) noto anche come Shirafuji Hikoshichirō, fu un samurai che combatté nella guerra Genpei. All'inizio si schierò con il clan Taira, ma cambiò schieramento prima della battaglia di Dan-no-ura. Apparteneva alla prima linea del clan Hatakeyama.
Dopo la fine della guerra, quando suo figlio Shigeyasu fu ucciso da Hōjō Tokimasa, Shigetada si ribellò. Le conseguenze della sua temerarietà fu la morte, assieme al resto della sua famiglia. Il suo coraggioso tentativo di difendere il proprio onore, assieme ad altre varie azioni di forza ed abilità sono riportate nello Heike Monogatari ed in altre cronache dell'epoca.
In un aneddoto presente nel Heike monogatari si racconta che Shigeyasu, assieme ad altri samurai, fu il primo ad attraversare il fiume Uji. Quando il suo cavallo fu colpito da una freccia venne abbandonato e Shigeyasu usò il suo arco come un remo per aiutarsi nell'attraversata. Tuttavia non appena raggiunse la riva suo nipote Okushi no Shigechika chiese aiuto, e fu salvato da Shigeyasu; successivamente Shigechika si alzò in piedi e proclamò di esser stato il primo ad attraversare il fiume.
Dopo la battaglia di Awazu nel 1184, Shigetada fallì nel tentativo di catturare Tomoe Gozen.

venerdì 19 febbraio 2016

Kusarigama

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Il kusarigama (鎖鎌 kusari-kama, lett. "catena-falce") è un'arma giapponese, derivata dal kama, utilizzata sia nel combattimento a distanza che nel corpo a corpo; lo stile di combattimento basato su di essa è detto kusarigamajutsu.
È formato da una catena alle cui estremità sono fissate un falcetto (Kama) e un peso d'acciaio. Il peso è l'arma vera e propria, usata per colpire l'avversario prima che riesca ad avvicinarsi o per bloccargli la spada; il falcetto viene usato solo per finire l'avversario una volta reso inerme. Quest'arma possiede due funzioni, tagliare e frantumare, ci voleva una certa abilità per saperla usare in modo quantomeno adeguato.
Il kusarigama era prevalentemente utilizzata dai ninja, più raramente dai samurai.

giovedì 18 febbraio 2016

Brahman

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Brahman (devanāgarī ब्रह्मन्, lett. "sviluppo") è un termine sanscrito all'origine di molteplici significati nelle religioni vedica, brahmanica e induista.

Differenti significati del termine Brahman

Il termine sanscrito Brahman possiede differenti significati:
  • nella sua accezione di nome "maschile", brahmān indica nei Veda un officiante del sacrificio vedico in grado di pronunciare i mantra relativi alla conoscenza ispirata;
  • nella sua accezione di nome "neutro", brāhman indica nei commentari degli inni vedici denominati Brāhmaṇa il potere che ispira i cantori ṛṣi deputati alla trasmissione orale del sapere cosmico, ovvero "l'effusione del cuore nell'adorazione degli Dei" o la stessa invocazione (parola sacra opposta a vāc, parola umana);
  • nella forma derivata brāhmaṇa indica sempre come nome "neutro":
    • la prima delle quattro caste (varṇa): vedi brahmano;
    • dei testi vedici scritti in prosa e commentari dei Veda: vedi Brāhmaṇa;
  • nella successiva riflessione teologica e filosofica propria delle Upaniṣad vediche con il termine Brahman (nella forma "neutra") si indica l'unità cosmica da cui tutto procede: questo il significato più diffuso del termine;
  • nel successivo Induismo con Brahman si indica anche Brahmā, il deva creatore.
Da notare che nelle quattro raccolte degli "inni" dei Veda l'"origine primordiale" viene indicata con il termine Tat (Quello) e non ancora con il termine Brahman:
(SA)
«na mṛtyur āsīd amṛtaṃ na tarhi na rātryā ahna āsīt praketaḥ ānīd avātaṃ svadhayā tad ekaṃ tasmād dhānyan na paraḥ kiṃ canāsa»
(IT)
«Non c'era la morte allora, né l'immortalità. Non c'era differenza tra la notte e il giorno. Respirava, ma non c'era aria, per un suo potere, soltanto Quello, da solo. Oltre a Quello nulla esisteva»
(Ṛgveda, X,129,2)



Nei Veda il termine brahman richiama esclusivamente l'attività sacerdotale e quindi la sua forma "maschile", ad esempio nel Ṛgveda (X, 141,3) Brahman è il nome di Bṛhaspati in qualità di sacerdote degli Dei.
(SA)
«somaṃ rājānam avase 'gniṃ gīrbhir havāmahe ādityān viṣṇuṃ sūryam brahmāṇaṃ ca bṛhaspatim»
(IT)
«Invochiamo il re Soma in nostro aiuto, con i nostri canti e i nostri inni; gli Āditya, Viṣṇu , Sūrya e il sacerdote Bṛhaspati»
(Ṛgveda, X,141,3)



Origine del termine

Numerosi studiosi si sono occupati di ricostruire l'origine del termine brahman:
  • Jan Gonda fa riferimento, come d'altronde la cultura tradizionale indiana, alla radice di bṛh (forza);
  • George Dumézil lo ha collegato al termine latino flamen;
  • Paul Thieme rifiutando l'ipotesi di Gonda collega questo termine al greco morphē, quindi nella sua accezione di "forma", "formula";
  • Louis Renou ritiene invece che il termine derivi dalla radice brah col significato di "esprimersi enigmaticamente";
  • Jean C. Heesterman riassume queste posizioni e ritiene che l'origine del termine Brahman vada ricercato nei suoi collegamenti con l'epressioni delle formule sacre anche se la poliedricità della radice brah rende di fatto impossibile chiarirne l'origine.



Brahman e Brahmodya nella prima cultura vedica e nei Brāhmaṇa

Secondo Jean C. Heesterman il tema del Brahman è collegato, nelle quattro raccolte degli inni dei Veda alla contesa verbale, ovvero al rito del Brahmodya propria della cultura vedica con particolare riferimento al sacrificio del cavallo (aśvamedha). In questo contesto, prima del sacrificio i due officianti si sfidavano con domande enigmatiche, colui che riusciva a risolverle affermava di sé stesso:
(SA)
«brahmayāṃ vācaḥ paramaṃ vyoma»
(IT)
«questo brahman è il cielo più alto della parola»
Heesterman ricorda come queste contese non erano affatto pacifiche, il concorrente che insisteva a sfidare il vincitore con ulteriori enigmi avrebbe pagato con la sua testa i suoi affronti.
Quindi il termine Brahman originerebbe da una figura sacerdotale dell'India vedica vincitore nelle gare sacrificali poetico-enigmatiche. Con l'ingresso della letteratura in prosa dei Brāhmaṇa si osserva, a partire dal X secolo a.C., un radicale cambiamento: al rituale agonistico si sostituisce il rituale rigidamente codificato e pacifico.
«Questo cambiamento fondamentale è espresso in modo interessante in un mito ritualistico che narra della competizione sacrificale decisiva tra Prajāpati e Mṛtyu, o morte (Jaiminīya Brāhmaṇa, 2,69-2,70). Prajāpati conquista la vittoria finale perché riesce a "vedere" l'analogia, che gli consente di assimilare la panoplia sacrificale dell'avversario e di eliminarlo quindi in maniera definitiva. Conclude il testo: "da allora non vi furono più contese sacrificali»
(Jean C. Heesterman. Op.cit. pag.57)
Nel contesto dei Brāhmaṇa il Brahman da espressione dell'"enigma cosmico" oggetto di competizione sacerdotale, diviene la stessa formula sacrificale oggettiva e trascendente che si concretizza nel rituale.
Come evidenzia David M. Knipe la divinità che incarna e centralizza questo processo nei Brāhmaṇa è Prajāpati che lega l'antico Puruṣa vedico, ovvero colui che istituisce il sacrificio, l'impersonale Brahman (potere della formula sacra) e infine il dio personale Brahmā.
Così il Ṛgveda (X,90,7-8):
(SA)
«taṃ yajñam barhiṣi praukṣan puruṣaṃ jātam agrataḥ tena devā ayajanta sādhyā ṛṣayaś ca ye tasmād yajñāt sarvahutaḥ sambhṛtam pṛṣadājyam paśūn tāṃś cakre vāyavyān āraṇyān grāmyāś ca ye»
(IT)
«Quel Puruṣa, nato ai primordi, essi [gli Dei] lo aspersero come vittima sacrificale sull'erba. Con lui gli Dei, i Sādhyā e i cantori compirono il sacrificio. Da quel sacrificio completamente offerto fu raccolto il burro coagulato: esso divenne animali, quelli dell'aria, quelli della foresta e quelli dei villaggi»
(Ṛgveda (X,90,7-8))



Così, ad esempio, il Samāvidhāna Brāhmaṇa (I,1,3)
(SA)
«brahma ha vā idam agra āsīt tasya tejoraso 'tyaricyata sa brahmā samabhavat sa tūṣṇīṃ manasādhyāyat tasya yan mana āsīt sa Prajāpatir abhavat»
(IT)
«In origine vi era il Brahman soltanto; poiché il succo della sua forza si espandeva, divenne Brahmā. Brahmā meditò in silenzio con la mente e la sua mente divenne Prajāpati»
(Samāvidhāna Brāhmaṇa (I,1,3))
Sylvain Lévi osserva:
«Il sacrificio come Prajāpati è anteriore a tutti gli esseri, poiché questi non potrebbero sussistere senza di esso; esso nasce anche dai soffi della mente, poiché è essenzialmente mentale. [...] [Prajāpati] è altresì figlio delle Acque, poiché le Acque sono il principio della purezza rituale; oppure del Brahman, la formula sacra, poiché non c'è separazione tra rito e liturgia»
(Sylvain Lévi. La dottrina del sacrificio nei Brāhmaṇa. Milano, Adelphi, 2009, pag.46)



Il Brahman nelle Upaniṣad

Nato come sostantivo maschile negli inni dei Veda per indicare sia le figure sacerdotali che durante il sacrificio competitivo esprimono dei mantra enigmatici sul cosmo che lasciano non espressa la risposta sia le stesse espressioni enigmatiche, nei Brāhmaṇa, il brahman (sostantivo neutro) diviene il mantra rituale codificato, e il suo potere, che deve essere semplicemente appreso e conservato a memoria dal brahmano e recitato durante i riti.
Con le Upaniṣad si passa ad indagare la natura di questo Brahman che diviene l'origine di ogni cosa, l'Assoluto:
«Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato. Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall'Indistruttibile si genera il tutto.»
(Muṇḍaka Upaniṣad, I,1,6-7)
E che si identifica con il principio individuale, l'ātman:
(SA)
« tasya kva mūlaṃ syād anyatrādbhyaḥ adbhiḥ somya śuṅgena tejo mūlam anviccha tejasā somya śuṅgena sanmūlam anviccha sanmūlāḥ somyemāḥ sarvāḥ prajāḥ sad āyatanāḥ satpratiṣṭhāḥ yathā nu khalu somyemās tisro devatāḥ puruṣaṃ prāpya trivṛt trivṛd ekaikā bhavati tad uktaṃ purastād eva bhavati asya somya puruṣasya prayato vāṅ manasi saṃpadyate manaḥ prāṇe prāṇas tejasi tejaḥ parasyāṃ devatāyām sa ya eṣo 'ṇimaitad ātmyam idaṃ sarvam tat satyam sa ātmā tat tvam asi śvetaketo iti bhūya eva mā bhagavān vijñāpayatv iti tathā somyeti hovāca »
(IT)
« "E, dove risiederà la radice del corpo se non nell'acqua? Analogamente se riteniamo il germoglio l'acqua, figlio mio, il calore (tejas) sarà la sua radice. Se consideriamo il calore un germoglio l'essere (sat) sarà la radice. Tutti i viventi hanno le proprie radici nell'essere (sat), si basano sull'essere, si sostengono sull'essere. Ora mio caro ti è stato detto come queste tre divinità pervenute nell'uomo siano divenute triplici. Quando un uomo muore, mio caro, la parola rientra nella mente,la sua mente rientra nel soffio vitale, il soffio vitale rientra nel calore e questi rientra nella suprema divinità. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l'universo è costituito di essa, essa è la realtà di tutto, essa è l'Ātman. Quello sei tu (Tat tvam Asi) o Śvetaketu!". "Continua il tuo insegnamento o signore!". "Bene, mio caro" gli rispose. »
(Chāndogya Upaniṣad VI, 8, 6-7)
Esso è illimitato e inconcepibile:
«Al principio in questo universo soltanto il Brahman esisteva. Illimitato verso l'oriente, illimitato verso il mezzogiorno, illimitato verso l'occidente, illimitato verso settentrione, illimitato di sopra, illimitato da ogni parte. Esso è costituito di etere. Da questo etere esso desta questo universo. Da questo esso sorge e in esso va a finire. Di questo Brahman la forma luminosa è quella che arde nel sole lassù, nel fuoco senza fumo [e nel cuore]. Quello che è nel fuoco e quello che è nel cuore e quello che è nel sole, sono in realtà una sola cosa. Nell'unità con l'Uno va colui che così sa »
(Maitrāyaṇīa Upaniṣad VI,17)
Esso è l'Oṁ:
« L'Oṁ è tutto l'universo. Ecco la sua spiegazione: Passato, presente e futuro, tutto ciò è Oṁ. E anche ciò che va oltre il tempo, che è stato, è e sarà è Oṁ. Infatti ogni cosa è il Brahman. L'Ātman è il Brahman »
(Māṇḍūkya Upaniṣad, 1-2)



La forma personale del Brahman (Brahman Saguṇa)

Con il progressivo sviluppo di approfondimenti teologici il Brahman impersonale indifferenziato (nirdvaṃdva) divenne oggetto di un processo di personalizzazione in divinità specifiche, principalmente nella figura dei deva Viṣṇu e Śiva.

Un paragone con altre religioni

Alexandre Saint-Yves d'Alveydre propone questa interessante assonanza del nome con quello di Abramo affermando che: “Abraham è, come Brahmâ, il Patriarca dei Limbi e del Nirvana... I Brahmi dicono "estinguersi in Brahmâ", così come gli Ebrei dicono "addormentarsi nel seno di Abramo", vale a dire ritornare nei Limbi.”

mercoledì 17 febbraio 2016

Chamunda

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Camunda (Sanskrit चामुण्डा, IAST Cāmuṇḍā) è una divinità femminile del pantheon dell'Induismo. Si tratta di una forma terribile della Devi il cui nome è dovuto all'uccisione di due demoni, Chanda e Munda. Il culto è tipico del tantrismo.

martedì 16 febbraio 2016

Ziranmen

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Lo Ziranmen (自然门, scuola naturale) è uno stile di arti marziali cinesi di cui non si conosce bene l'origine e di non facile classificazione. Secondo Ziranmen Gongfu[1] questa Scuola segue la teoria Taoista ed ha componenti sia di Waijia che Neijia. Oggi lo Ziranmen è praticato nelle province di Hunan e Fujian.

Il nome
Lo stile prende il nome di Scuola Naturale perché secondo la propria teoria il movimento deve essere rilassato e naturale (Dongzuo Qingzong Ziran 动作轻松自然).

Storia
Lo Ziranmen è stato tramandato a partire dal 1887 da Du Xinwu (杜心五, 1869-1953), un celebre pugile dell'Hunan, che lo avrebbe appreso da un certo Xu, chiamato Xu Xiake (徐侠客, Xu il cavaliere errante), o Xu Aizi e Xu Aishi (徐矮子 e 徐矮师, Xu il nano o Xu il piccolo maestro), originario del Sichuan.
L'allievo più importante di Du Xinwu è stato Wan Laisheng (万籁声).

Esercizi
Lo Ziranmen contiene una serie di esercizi di Qigong di condizionamento, di potenziamento e che lavorano sull'equilibrio. Celebre è l'esercizio in equilibrio sul bordo di una cesta di vimini, ma vengono utilizzati anche i Meihuazhuang, i sacchi di sabbia, le Zimuqiu (子母球, sfere madre figlio, per rinforzare le mani e le dita), i Sanjiaozhuang (三角桩, pali a triangolo), eccetera. In questo stile si studiano anche un Taolu, Tuifa Bashi (腿法八势), che assomiglia moltissimo al Tantui); una serie di tecniche di autodifesa dette Podi Shiwu Shi (破敌十五势, 15 forze per sconfiggere un avversario)); alcune armi: Ziranmen qiang (自然门枪); Ziranmen dadao (自然门大刀)) e Ziranmen Youlong jian (自然门游龙剑)). L'articolo Zi Ran Men Kung Fu divide il metodo di allenamento della Scuola Naturale in Allenamento Fisico, Tecniche di Combattimento e Condizionamento con l'obiettivo di migliorare la salute del corpo e della mente, invece in curriculum il programma di insegnamento è così ripartito: Fondamentali, Sequenze a Mano Nuda, Sequenze con Armi, Esercizi in Coppia, Qigong, Condizionamento, Combattimento.