mercoledì 31 agosto 2011

Le 8 diverse forme di Arti marziali in India




Kalarippayattu: Kalarippayattu è una famosa arte marziale indiana nonchè uno dei più antichi sistemi di combattimento esistenti. E' praticata nella maggior parte del sud dell'India. Comprende colpi, calci e la pratica con armi di base, le tecniche di Footwork sono la chiave più importante della pratica del Kalarippayattu. Quest'arte marziale indiana è stata usata in molti film per renderla popolare, come Ashoka e il mito.


Silambam: una grande varietà di armi vengono utilizzate nel silambam, alcune delle quali non si trovano in nessun'altra parte del mondo. Nell'arte del Silambam vengono usati anche i movimenti di animali quali il serpente, la tigre, l'aquila, gli schemi di footwork svolgono un ruolo chiave anche qui. Un'altra parte del Silambam è il Kuttu Varisai, un tipo di arte marziale disarmata.



Gatka: i metodi di attacco e di difesa si basano sulle posizioni dei piedi e delle mani e dalla natura delle armi usate. E' anche praticato pubblicamente durante le differenti celebrazioni o in occasione di fiere nel Punjab.



Musti yuddha: arte marziale praticata nella città più antica dell'India " Varanasi ". Le tecniche utilizzate in quest'arte marziali sono i pugni, i calci, le ginocchiate e le gomitate. Questo stile è un'arte completa per lo sviluppo fisico, mentale e spirituale del praticante. Quest'arte marziale è molto rara da vedere in occasioni pubbliche.


Thang Ta: Thang Ta è il termine popolare per l'antica arte marziale Manipuri nota anche come Huyen LALLONG. Manipuri è un'arte marziali praticata con spade e lance, è un'arte che richiede forza fisica ma con una grazia sofisticata.

Lathi: Lathi è un'antica arte marziale dell'India. Si riferisce anche a una delle più antiche armi del mondo, usata in tutte le arti marziali. Il Lathi (bastone) viene praticato in Punjab e Bengala, regione dell'India. Il Lathi rimane ancora uno sport popolare in molti villaggi indiani.


Mardani Khel: Mardani Khel è un metodo armato di arte marziale creata dal Maratha. Quest'arte marziale tradizionale del Maharashtra viene praticata in Kolhapur.

Pari-khanda: Pari-khandaa stile di combattimento con spada e scudo di Bihar. Quest'arte venne creata dal Rajput. Alcuni passaggi e tecniche del Pari-khanda vengono utilizzate anche nella danza Chau.


martedì 30 agosto 2011

PUGILATO DA UNO SPORT DI NICCHIA A UNA PROPOSTA DI FITNESS ESTREMAMENTE EFFICACE



La noble art, come è stata definita dagli Inglesi. Nel corso dei secoli è stata codificata, modificata e “ingentilita” fino ad arrivare ai giorni nostri come uno sport non praticabile da tutti.
La preparazione fisica del pugile è elevata e completa, infatti il pugilato comporta un lavoro organico per il 50% aerobico e per il 50% anaerobico; permette di sviluppare forza, resistenza, velocità e elasticità. Dal punto di vista psicologico scarica le tensioni e lo stress, accresce l’autostima e la sicurezza in se stessi e, non per ultimo, ci dà uno strumento di difesa personale efficace.
La pecca della boxe, il motivo per cui negli ultimi decenni è stata messa da parte in favore di altre discipline di combattimento, è il suo non volersi modificare in funzione delle richieste di mercato; voler rimanere uno sport duro per pochi duri.
Non ci sono dubbi che il pugilato e la preparazione che lo accompagnano siano fisicamente e mentalmente impegnativi ma, con la giusta programmazione e qualche modifica che comunque non snaturino l’essenza stessa della disciplina, le lezioni di boxe possono diventare accessibili ai più.
Come possiamo proporre una lezione di pugilato a indirizzo fitness?
Proponiamo uno schema di lezione di un ora e mezza da proporre a una classe mista per quel che riguarda la preparazione atletica.
25’ preatletismo
15’ tecnica pugilistica
35’-40’ preparazione specifica
10’-15’ addominali e stretching
I tempi riportati possono variare in base al periodo di lavoro e al livello della classe.
90’ sono la durata ideale per una lezione di questo tipo. Tuttavia se il tempo a nostra disposizione è inferiore possiamo adattare al lezione in base alle nostre esigenze.

Preatletismo
Definiamo in questo modo la fase iniziale che comprende il riscaldamento organico e una parte di potenziamento. Consiste in una serie di esercizi a corpo libero che vadano a far lavorare tutti i gruppi muscolari, con particolare attenzione alla parte superiore del corpo, corsa, saltelli, movimenti di slancio, balistici che preparano le articolazioni alle sollecitazioni successive. Inseriamo infine alcune serie di piegamenti sulle braccia.
Il preatletismo è molto importante, specialmente per chi è nuovo a questo genere di attività; ha il ruolo di mettere in condizioni la persona di sopportare il lavoro pugilistico vero e proprio.

Tecnica pugilistica
Nella boxe esistono tre colpi: diretti, ganci e montanti; sono possibili diverse varianti e moltissime combinazioni. Imparare la tecnica corretta è fondamentale per ricavare il massimo beneficio da questo tipo di allenamento e, soprattutto, evitare futuri infortuni. Per apprendere al meglio i colpi l’ideale è eseguirli davanti a uno specchio, sotto la supervisione di un istruttore che correggerà immediatamente gli eventuali difetti, in modo che non si strutturino vizzi di forma. Soprattutto in fase iniziale dedicheremo all’apprendimento della tecnica tempo e attenzione, come investimento sulla qualità del lavoro futuro. Questo è un momento importante della lezione, infatti consente all’insegnante di accostare novizi e esperti senza sovrastimolare i primi o annoiare i secondi; la tecnica, dopo essere stata appresa, sarà continuamente migliorata e velocizzata, senza richiedere l’inserimento di passi sempre nuovi che metterebbero in difficoltà i neofiti come a volte succede nelle classi di aerobica.

Preparazione specifica
Questa fase sarà la più divertente; le possibilità di allenamento sono molte e, combinate e alternate nel lungo periodo, ci permetteranno di rendere la lezione sempre nuova e stimolante.
I metodi di allenamento tradizionali sono il vuoto, il sacco, la corda e le passate; organizzate in riprese da 2-3 minuti con un minuto di recupero, a rappresentare le riprese di un incontro pugilistico. A questi si sono aggiunti metodologie utilizzate anche in altre discipline come il circuit training e l’interval training.
Il sacco e la corda non hanno bisogno di presentazioni.
Il vuoto, o combattimento figurato, può essere svolto da soli davanti allo specchio, utile per la persona che ha sviluppato una certa esperienza e vuole migliorare tecnica e velocità, o in coppia, uno di fronte all’altro a distanza di sicurezza; in questo caso meglio indossare i guantoni, per evitare traumi alle mani.
Le passate consistono nel portare le combinazioni di colpi sui colpitori appositi tenuti dall’istruttore o da un compagno esperto.

Circuit training
Per organizzare l’allenamento in circuito stabiliremo un certo numero di tappe, variabili a seconda del numero dei partecipanti, che possono spaziare dai classici esercizi di potenziamento, a serie di colpi eseguiti con manubri o bilanciere. Naturalmente nulla ci vieta di inserire il salto della corda e il sacco, libero o con combinazioni obbligate.
Ogni persona eseguirà l’esercizio assegnato per 30”-40”; al segnale dell’insegnante si scalerà di stazione per ripartire immediatamente con un nuovo esercizio.
Si possono fare 3-6 giri, in base al numero di stazioni e al livello della classe.
Un esempio di stazioni per circuito può essere:
- diretti con manubri - jump squat - alzate laterali con manubri
- salto della corda - tricipiti tra la panche - slanci avanti del bilanciere
- vuoto allo specchio - montanti con manubri - montanti al sacco
- affondi alternati - distensioni con manubri alternate
- diretti al sacco - ganci su guanti da passata - panca piana su step
Questa metodologia sviluppa in particolare la capacità di lavoro anaerobico lattacido

Interval training
Questo tipo di allenamento nel pugilato si traduce con le ripetute al sacco. È necessario un sacco ogni due persone che lavoreranno alternativamente. Chi è di turno porterà colpi veloci senza pausa per un tempo decrescente scelto dall’insegnante che scandirà i cambi. Quando un allievo lavora l’altro riprende fiato. Uno schema di lavoro può essere:
45”-45”-40”-40”-30”-30”-35”-35”-25”-25”-20”-20”-15”-15”-10”-10”
I tempi riportati indicano le riprese che dovrà sostenere ogni singolo.
Ogni persona dovrà lavorare al massimo per ogni ripresa.
Riserviamo questo metodo di lavoro a classi già avanzate, in quanto è necessario aver acquisito una buona tecnica, una certa esperienza al sacco e una discreta preparazione di base.
L’interval training sviluppa la capacità di lavoro anaerobico lattacido e allattacido. Possiamo in oltre aumentare o diminuire il tempo delle riprese (l’intensità varierà di conseguenza), se vogliamo stimolare più una capacità o l’altra.
Oltre alle metodologie classiche di allenamento nella fase di preparazione specifica possiamo inserire periodicamente minisedute di body building, pump o di altre discipline di fitness in chiave combat, per rendere la lezione varia e stimolante.

Addominali e stretching
Il lavoro degli addominali è fondamentale nella preparazione pugilistica, in quanto i colpi tecnicamente corretti sollecitano in modo sistematico l’addome; un corretto potenziamento di questo gruppo muscolare salvaguarderà la salute della colonna vertebrale.
Concludiamo ogni seduta di lavoro con un defaticamento progressivo e una sequenza di esercizi di allungamento per ogni gruppo muscolare che faciliterà il recupero e ridurrà i dolori post-allenamento.
Per quanto riguarda la programmazione a lungo tempo ci baseremo sul principio classico della preparazione atletica, che prevede un iniziale aumento del volume a intensità costante per poi decrescere in favore dell’aumento dell’intensità di lavoro.
Lo spazio ideale per questo tipo di corso è di 2-3 sedute settimanali.
Inserito nel calendario corsi del nostro centro fitness rappresenterà una valida alternativa alle discipline evergreen, oltre a costituire un’attrattiva per il pubblico maschile verso le lezioni di gruppo.





lunedì 29 agosto 2011

Grandi onde


All’inizio dell’era Meiji viveva un famoso lottatore che si chiamava O-nami, Grandi Onde. O-nami era fortissimo e conosceva l’arte della lotta.
Quando gareggiava in privato, vinceva persino il suo maestro, ma in pubblico era così timido che riuscivano a batterlo anche i suoi allievi.
O-nami capì che doveva farsi aiutare da un maestro di Zen. In un piccolo tempio poco lontano soggiornava temporaneamente Haku-ju, un insegnante girovago. O-nami andò a trovarlo e gli spiegò il suo guaio.
“Tu ti chiami Grandi Onde,” gli disse l’insegnante “perciò stanotte rimani in questo tempio. Immaginati di essere quei marosi. Non sei più un lottatore che ha paura. Tu sei quelle ondate enormi che spazzano via tutto davanti a loro, distruggendo qualunque cosa incontrino. Fa così, e sarai il più grande lottatore del paese”.
L’insegnante lo lasciò solo. O-nami rimase in meditazione, cercando di immaginare se stesso come onde. Pensava alle cose più disparate. Poi, gradualmente, si soffermava sempre più spesso sulla sensazione delle onde.
Man mano che la notte avanzava le onde si facevano più grosse. Spazzarono via i fiori coi loro vasi. Prima dell’alba il tempio non era più che il continuo fluire e rifluire di un mare immenso.
Al mattino l’insegnante trovò O-nami assorto in meditazione, con un lieve sorriso sul volto. Gli batté sulla spalla. “Ora niente potrà più turbarti gli disse.”  “Tu sei quelle onde. Travolgerai tutto ciò che ti trovi davanti”.
Quel giorno stesso O-nami partecipò alle gare di lotta e vinse. E da allora, nessuno in Giappone riuscì più a batterlo.

domenica 28 agosto 2011

COME CAPIRE IL KATA


Le tre categorie del kata
Uno dei problemi relativi alla pratica del kata ha origine nell’ambiguità stessa del loro significato. Per approfondire il lavoro sui kata sarà bene distinguere le tre categorie di kata, che generalmente sono tra loro confuse:
rintô-gata (kata da combattimento), hyôen-gata (kata di presentazione) e rentan-gata (kata energetico o di rafforzamento fisico).

I rintô-gata sono i kata originali.
Un tempo essi costituivano il contenuto stesso dell’insegnamento nella trasmissione esoterica. Le altre due categorie di kata sono state elaborate per facilitare l’accesso ai kata originali, cioè per conseguire le qualità necessarie all’esecuzione dei rintô-gata. Quasi tutti i kata che conosciamo oggi fanno parte di queste due categorie mentre i rintô-gata, essendo parte degli antichi metodi esoterici di trasmissione della conoscenza, sono stati praticamente dimenticati.
Può darsi che voi possiate affermare di conoscere dei kata i cui bunkaï (applicazioni) sono chiari, ma non è questa la qualità che definisce il rintô-gata.
Mi spiegherò in modo più concreto.
Il kata Sanchin, per esempio, è un tipico rentan-gata. Come i kata Naïfanchi (Tekki) o Sêsan (Hangetsu). Ciononostante la maggioranza dei kata possiedono, in proporzioni variabili, elementi di hyôen-gata e rentan-gata.
In questa classificazione i rentan-gata, che sono dei kata energetici nel senso più ampio del termine, contengono certe serie di esercizi formalizzati di qi gong. Le tecniche di combattimento sono caratterizzate da una mobilità complessa; gli hyôen-gata presentano in maniera semplificata, e pertanto parziale, i movimenti accentuando le posizioni tipiche per renderle più accessibili e conferendo loro, talvolta, un aspetto cerimoniale. Questo aspetto è accentuato nei kata che si eseguono per dimostrazione; si tratta dei kata che frequentemente vediamo nelle competizioni sportive di karaté.
Nei kata moderni le tre categorie sono più o meno mischiate, e non si trovano elementi dei rintô-gata se non sullo sfondo dei kata stessi.
Spesso si dice che "si fa o non si fa il bunkaï" di un kata. Ma la maggioranza dei bunkaï sono delle serie di tecniche ben coordinate in relazione all’esercizio. Le forme più reali delle tecniche di combattimento non sono esposte che nei rintô-gata (kata da combattimento) che sono molto più morbide e dinamiche che i kata delle altre categorie, poiché essi si fondano sulla forma di un combattimento reale.
Pur girando e rigirando la maggioranza dei gesti dei rentan-gata e dei hyôen-gata, è difficile far emergere una tecnica veramente soddisfacente dal punto di vista della cadenza, della velocità e della posizione del corpo in combattimento. Sottolineo "una tecnica soddisfacente" perché se il nostro compagno è d’accordo possiamo giustificare qualunque tecnica. È sufficiente osservare la quantità di tecniche aberranti che originano dai kata come applicazioni o bunkaï . Il bunkaï non è altro che un esercizio intermedio per la realtà del combattimento. Chi conosce bene i bunkaï non è automaticamente in grado di combattere in modo efficace. Basta guardare attentamente come si praticano generalmente i kata.
Per esempio, il bunkaï del kata Sêpai è molto chiaro e ciascun gesto può costituire un riferimento tecnico interessante, ma voi sapete bene che voi non fate mai un combattimento che sia conforme a un kata. Si tratta di sequenze gestuali interessanti per esercitarsi, ma non di un rintô-gata.
Quest’ultimo è infatti un reale riferimento per il combattimento, dove ogni tecnica prevede la possibilità di cambiamenti in relazione con le reali reazioni dell’avversario. Penso che gli esempi seguenti ci aiuteranno a capire meglio la natura dei rintô-gata e come essi manchino al karaté di oggi.
     
Il rintô-gata : kata originale
Negli anni del dopoguerra, il defunto maestro Yasuji Kuroda, della scuola Kaïshin-ryû, ebbe un giorno l'occasione di combattere contro quattro yakuza armati di corte spade. Era una vera aggressione ed il Maestro Y. Kuroda affrontò e respinse i banditi utilizzando come arma un semplice ventaglio. Dopo questa esperienza disse:" Non c'è nessuna differenza tra il combattimento reale ed il kata che pratico quotidianamente. È questa la ragione per la quale questa esperienza non è stata né interessante né divertente." Il Maestro Kuroda parlando di kata, si riferiva in quel caso proprio al rintô -gata. Egli non intendeva parlare dell'applicazione di questa o quella tecnica contro un attacco definito, ma dell’azione spontanea che viene insegnata dal kata.
Conoscete questa dimensione del kata nel karaté? Personalmente non la conosco. Potreste dire: "Io, o piuttosto quel tal maestro, siamo in grado di combattere come un kata", ma credo che in questo caso staremmo parlando della stessa cosa.
Per renderci conto ancor meglio di ciò che è il combattimento, soprattutto quello con un coltello o una spada, mi servirò di un altro esempio.
Il Maestro K. Kurosaki è stato il primo karateka ad aver combattuto pubblicamente contro pugili praticanti la boxe tailandese ed ha contribuito alla creazione della kick-boxing. Sessantenne, il Maestro Kurosaki ha ancora oggi la reputazione di essere un combattente efficace e, senza dubbio, lo è avendo accettato di misurarsi in numerosi combattimenti senza regole. In una sua videocassetta intitolata "L'allenamento di un combattente demoniaco" egli commenta così un combattimento contro un avversario armato:
"Cosa bisogna fare se siete assalito da un avversario armato di coltello?
La risposta è semplice: o avete un'arma più lunga della sua oppure è molto meglio fuggire. Chi pretende di dimostrare come si combatte a mani nude contro un avversario armato, è un illuso che crede di poter combattere come nei fumetti; probabilmente non si rende conto di quanto è pericolosa una lama di coltello. Un cieco non ha paura di un serpente. Questo è perlomeno ciò che ho imparato con l'esperienza.."
Questi due esempi sono una chiara dimostrazione della differenza di livello esistente tra i due maestri. Noi possiamo soltanto supporre a quale livello fosse l'arte del maestro Y. Kuroda e l'esistenza nella sua scuola dell'arte della spada di un supporto tecnico formalizzato in un kata. Alcuni kata richiedono un estremo rigore e vengono trasmessi secondo un metodo selettivo. Studiando l'arte della spada di questa scuola mi sono reso conto personalmente di questa dimensione del kata, ma non riesco a trovare nulla di simile nei kata del karaté moderno. Se questa mia osservazione è dovuta solo ad una mancanza di conoscenza, vuole dire che prima o poi potrò imparare. Ma non credo affatto a questa eventualità, perché il karaté si è sviluppato anteponendo proprio ai rintô-gata i più accessibili rentan-gata e hyôen-gata. Così I rintô-gata restano confusi sullo sfondo dei kata fin dall'inizio del ventesimo secolo. Se un tempo il karaté era una pratica estremamente selettiva mentre oggi è accessibile a tutti, non è semplicemente perché è stata aperta la porta d'accesso, ma piuttosto perché sono intervenute delle modifiche qualitativamente importanti del contenuto e dei metodi di trasmissione.
Penso che un karateka che cerchi il vero valore del karaté debba ampliare la visione della sua ricerca fino alla dimensione del rintô-gata: kata di estremo rigore, che comporta in se il metodo più completo del karaté.
Daltronde è proprio a causa della difficoltà che questo rigore sottende che per permettere un'ampia diffusione del karaté sono stati creati i rentan-gata e i hyôen-gata.

Com'è possibile ritrovare i rintô-gata?
A mio parere esiste un solo modo per capire se un kata è un vero rintô-gata e come può essere ricostituito partendo dai kata modificati.
Prima di tutto è necessario studiare il maggior numero possibile di versioni di uno stesso kata. In questo modo è possibile fare dei dettagliati confronti sull'insieme delle strutture tecniche. Per esempio il kata Gojûshiho, attualmente insegnato negli stili Shôtôkan, Shitô-ryû e Shôrin-ryû, ha delle varianti in ciascuna scuola. Ho potuto censire una dozzina di Gojûshiho. È possibile contare il numero di sequenze tecniche che costituiscono il kata e per un confronto generale, isolare singole sequenze, la posizione degli avversari, la qualità dei loro attacchi, la loro strategia. Allo stesso modo possono essere isolate le vostre possibilità tecniche, la vostra strategia, l'attitudine del corpo e della mente, ecc.
Partendo da questi dati è possibile ricostruire la situazione ed effettuare un combattimento che si avvicini realmente a quella stessa situazione. È necessario individuare non solo le opportunità ma anche le difficoltà elaborando tecniche che permettano di superarle. Quando anche le difficoltà verranno superate in modo soddisfacente sarà possibile combattere nel modo più reale possibile. Successivamente sarà necessario trovare per ciascuna sequenza il modello tecnico che consenta di forgiare la qualità tecnica che deve essere impiegata in combattimento. Il metodo rigorosamente pragmatico qualifica il rintô-gata. Se un kata non propone una reale efficacia tecnica e non è in grado di formare la capacità di combattere, non può essere un rintô-gata. Altrimenti perché un adepto  d'altri tempi, che non aveva certo tempo da perdere, avrebbe investito se stesso così profondamente in questo esercizio? E perché questi adepti dovevano dissimulare la loro arte di fronte ad altri?
Poiché esisteva una ricchezza reale ed un solo kata poteva bastare.
Con questa prospettiva conduco attualmente le mie ricerche sul rintô-gata.

Come possiamo accedere ai rintô-gata ?
Come esempio analizzerò la prima sequenza del kata Gojûshiho. L'obiettivo tecnico di questa sequenza consiste nell'avvicinarsi il più possibile all'avversario per portare un colpo di ura-uchi.
In questa sequenza devono essere soddisfatte due esigenze fondamentali:
1 - Avanzare rapidamente senza subire un attacco dell'avversario, in altre parole avanzare rapidamente, protetti, senza esporsi agli attacchi dell'avversario.
2- Colpire con ura-uchi, senza presentare dei vuoti, cioè senza essere vulnerabili.
La sequenza dei gesti del kata deve fornire uno strumento per soddisfare convenientemente queste condizioni tecniche. Per questa ragione deve contenere un riferimento gestuale tecnicamente efficace ed un modello di movimento attraverso il quale sviluppare le qualità necessarie alla realizzazione di queste tecniche.                    La gestualità deve essere contemporaneamente realistica ed istruttiva. Solo soddisfacendo queste condizioni è possibile interiorizzare realmente la tecnica ripetendo il kata. Utilizzando questo criterio come strumento di analisi e valutazione, se esaminate tutti i kata che avete conosciuto fino ad ora riconoscerete una serie di movimenti nefasti: la cadenza del combattimento lontana dalla realtà, la vulnerabilità del viso scoperto di fronte ad un eventuale attacco, la rigidità del corpo e delle tecniche in contrasto con la necessità di essere mobili.
La ripetizione di un kata con questi difetti non consente di costruire un "corpo del Bûdo", cioé un corpo in grado di produrre tecniche efficaci, grazie ad una regolazione energetica ottimale quale risultato dell'attivazione delle zone vitali del corpo.
Ho studiato una dozzina di varianti del kata Gojûshiho; globalmente la struttura è identica ma i dettagli tecnici sono diversi tra una versione e l'altra. Partendo da questo studio, completandolo con alcune testimonianze orali, ho potuto confrontare ed analizzare le diverse versioni del kata, identificando per ciascuna sequenza, l'obiettivo tecnico e le condizioni essenziali per raggiungerlo.
Le varianti di un kata sono l'espressione di interpretazioni tecniche diverse e di deformazioni, che nel corso del tempo, hanno più o meno modificato la forma ed il contenuto strategico del kata stesso. Il valore di un kata è significativamente diverso tra una variante all'altra.
Comunque, è possibile dire che la versione del kata Gojûshiho di una certa scuola è giusto se vi permette di sviluppare la capacità di avanzare velocemente verso l'avversario senza scoprirvi e di realizzare un'efficace tecnica di ura-uchi. In tutti gli altri casi è inutile perdere tempo nell'esercitarsi. Il kata è uno strumento pratico, il suo valore dipende dalla sua capacità di fornire una risposta per raggiungere l'obiettivo tecnico originale.
Quale che sia l'etichetta di autenticità di un kata, se non riuscite a trovare gli elementi che consentono di formare le qualità necessarie per raggiungere gli obiettivi originali, quel kata ha delle lacune.  (...)