martedì 23 marzo 2010

Taijiquan famiglia Yang forma con la spada 32 movimenti

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Il Taijiquan non ha molte armi. Principalmente si dividono in due gruppi: armi lunghe e corte. Le armi corte più comuni sono la spada (in cinese , in pinyin jiàn) e la sciabola (in cinese , in pinyin dāo). La pratica con la spada a due fili (jian) viene chiamata taijijian.

Storia

Il governo cinese stabilì la sottocommissione per il Tai Chi (Physical Education Taijiquan Subcommittee) nel 1955, per fissare una forma corta standard per la spada. La forma classica Yang, infatti, contava 55 movimenti e si faceva necessaria una forma semplificata per favorirne l'insegnamento. Nel 1957 il Comitato Nazionale Cinese per l'Educazione Fisica accolse le raccomandazioni della sottocommissione: la forma semplificata da 32 movimenti veniva adottata nelle classi di ginnastica e di wushu come corso basico di spada di Taijiquan. Questa standardizzazione e la grande diffusione della forma da 32 in Cina ha segnato il suo successo ed è oggidì forse la più popolare forma con la spada.

Durata

La forma con la spada 32 movimenti, sequenza del Taijiquan Stile Yang, generalmente viene eseguita in 3-4 minuti.

Nomi dei movimenti della spada

Quelli che seguono sono i nomi in cinese, in pinyin e tradotti in italiano, come designati dalla Commissione Cinese per l'Educazione Fisica

Nome in cinese
pinyin
Nome in italiano
0
起势
qǐ shì
Dare il via all'energia
1
三环套月
sān huán tào yuè
Circondare la luna con tre anelli
2
魁星势
kuí xīng shì
L'Orsa Maggiore
3
燕子抄水
yàn zi chāo shuǐ
La rondine cala sull'acqua
4
右边拦扫
yòu biān lán săo
Bloccare e spazzare, a destra
5
左边拦扫
zuŏ biān lán săo
Bloccare e spazzare, a sinistra
6
夜叉探海
nă zhà tàn hăi
Naza sonda il mare
7
怀中抱月
huái zhōng bào yuè
Abbracciare la luna
8
宿鸟投林
sù niăo tóu lín
Gli uccelli per la notte si sistemano nella foresta
9
乌龙摆尾
wū lóng băi wěi
Il drago nero agita la coda
10
青龙出水
qīng lóng chū shuǐ
Il drago verde esce dall'acqua
11
风卷荷叶
fēng juăn hé yè
Il vento soffia sulle foglie di loto
12
狮子摇头
shīzi yáo tóu
Il leone scuote la testa
13
虎抱头
hŭ bào tóu
La tigre si abbraccia la testa
14
野马跳涧
yě mă tiào jiàn
Il cavallo selvaggio salta il torrente montano
15
小魁星
xiăo kuí xīng
L'Orsa Minore
16
海底捞月
hăi dĭ lāo yuè
Tirar fuori la luna dal fondo del mare
17
犀牛望月
xī niú wàng yuè
Il rinoceronte guarda la luna
18
白猿献果
bái yuán xiàn guŏ
La scimmia bianca offre la frutta
19
左迎风掸尘
zuŏ yíng fēng dăn chén
Spazzolare la polvere nel vento, a sinistra
20
右迎风掸尘
yòu yíng fēng dăn chén
Spazzolare la polvere nel vento, a destra
21
左迎风掸尘
zuŏ yíng fēng dăn chén
Spazzolare la polvere nel vento, a sinistra
22
顺水推舟
shùn shuǐ tuī zhōu
Spingere la barca seguendo la corrente
23
流星赶月
liú xīng găn yuè
La meteora caccia la luna
24
天马飞瀑
tiān mă fēi bào
Il destriero celeste vola sulla cascata
25
挑帘势
tiăo lián shì
Alzare il sipario
26
左车轮
zuŏ chē lún
La ruota, a sinistra
27
右车轮
yòu chē lún
La ruota, a destra
28
大鹏展翅
dà péng zhăn chì
Il grande roc spiega le ali
29
黃蜂歸巢
huáng fēng guí záo
La vespa torna nel nido
30
怀中抱月
huái zhōng bào yuè
Abbracciare la luna
31
风扫梅花
fēng săo méi huā
Il vento spazza il fiore di prugna
32
指南针
zī nán zhēn
La bussola
Fine
抱剑归原
bào jiàn guī yuán
Riportare la spada nella posizione di partenza




lunedì 22 marzo 2010

La setta sessuale del karateka



Fernando Torres Baena abusava degli studenti della sua scuola di karate, a Gran Canaria, ma non di tutti. Preferiva i bambini (dai 9 ai 13 anni) fisicamente graziosi. Supportato dalle sue donne, aveva formato una “famiglia” che si reggeva sul motto “qui tutti con tutti e io con tutti”.



Alla scuola di karate di Fernando Torres Baena, non si insidiavano tutti gli studenti. Solo gli eletti. Il direttore li selezionava in base alla loro bellezza e forma fisica . I favoriti diventavano parte della sua “famiglia”, che controllava in maniera autoritaria dirigendo ciascuno degli atti dei suoi membri. Quando gli studenti crescevano, potevano passare a far parte della catena di comando, e in ogni caso venivano sostituiti da ragazzi più giovani. La macchina manipolatrice si rimetteva in moto. I testimoni e le vittime hanno fornito dichiarazioni concordi nel processo penale del caso di karate. Tutti d’accordo e tutti hanno fornito la stessa versione su quanto stava accadendo all’interno di questa setta sessuale e sportiva in Gran Canaria. Molti non si conoscono fra di loro perché appartenevano a gruppi diversi. Li separano anche 25 anni di distanza. Solo una persona è sempre stata presente in tutte le loro testimonianze: Baena Torres, 53 anni, oltre 30 di esperienza professionale, autoproclamatosi pater familias e leader assoluto.
Coloro che non erano membri della famiglia, vedevano una scuola di karate normale. L’unica cosa visibile a tutti gli allievi e agli istruttori era che il gruppo era molto affiatato e si salutava sempre con un bacio sulla bocca. “Gli interessavano solo coloro che avevano un fisico e un viso aggraziato, specialmente tra i 9 e i 13 anni, che è l’età in cui si inizia a gareggiare“, ha affermato uno dei denuncianti. Il karateka invitava i ragazzini nella sua casa sulla spiaggia di Vargas in Agüimes. Andavano lì in vacanza nei fine settimana con la scusa di fare formazione intensiva. Ma non c’era solo l’allenamento. I ragazzi pulivano la casa, facevano giardinaggio, andavano al mare insieme come se fossero in realtà una grande famiglia che lavorava unita per tutte le faccende domestiche. Faceva parte della formazione, così come il sesso, invitando gli studenti, perché la famiglia “si conoscesse in tutti i suoi aspetti“, e perché in questo modo si potenziava “la vita sportiva e il karate“. Il contesto, come spiegava, era “amore“. E disciplina. Controllava tutto e ordinava chi sarebbe andato a letto con chi ogni notte. La regola generale secondo una delle vittime era: “Qui, tutti con tutti e io con tutti” e chi si rifiutava veniva rimproverato.
Nessuna violenza fisica è stata esercitata sui bambini, secondo quanto rivelato dal rapporto in cui appaiono le dichiarazioni di 55 presunte vittime. I bambini gradualmente assimilavano lo stile di vita di Baena Torres, e si convincevano che il sesso fosse “normale“. I rapporti con i ragazzi non erano mai “forzati in modo esplicito“, ha spiegato il giudice di Las Palmas: è il caso di una donna trentenne che era entrata nella scuola a 13 anni ed era stata una delle prescelte per “far parte della piccola famiglia“. La donna non ha saputo spiegare bene il meccanismo di controllo, ma ha confermato “una manipolazione da parte di Fernando“, in cui caddero tutti. Un’altra testimone, invece, ha spiegato al giudice come Baena Torres introducesse i ragazzi alla sua filosofia di vita, cercando di sostituirsi al rapporto che avevano con i loro genitori ormai “superato” e che “non poteva essere chiuso perché avrebbero perso molte possibilità“. Allo stesso tempo, elogiava le loro doti atletiche e gli faceva promesse circa il loro futuro nel karate. Era abituato a manipolare bambini in età impressionabile e desiderosi di successo. Se si rifiutavano partiva il ricatto emotivo: convincerli che erano ingrati e che con il loro atteggiamento ribelle stavano distruggendo il loro futuro.”Fernando aveva il potere di persuasione e la capacità di controllare tutti psicologicamente, e quando notava dubbi e incertezze cominciava a convincerci a tornare all’ovile“.”Io non sapevo come uscire da tutto questo“. Fin qui, il trattamento più gentile. Ma ce n’era un altro più aggressivo. Baena Torres era potente. In tempi recenti è stato il presidente della Federazione di Karate Gran Canaria e direttore di R & S della federazione spagnola. Gli studenti sapevano che se si fossero messi contro di lui non gli sarebbe stato consentito di continuare da nessuna parte. “Se si vuole partire, andare via, lo si può fare ma è meglio dimenticarsi del karate“. I combattimenti, a quanto pare, erano necessari per spezzare la volontà dei minori. Potevano durare fino a tre o quattro ore. “Lui sapeva come fare danni quando non gli obbedivamo“, ha affermato una giovane donna. “Non aveva scrupoli, era interessato alla vita personale dei bambini come se cercasse di scoprire la debolezza di ciascuno”.




Baena Torres aveva sposato la sua prima moglie, Edith, quando lei aveva appena 16 anni. Lui ne aveva 24 e un anno prima, nel 1979, era diventato campione di Spagna di karate kumite. Nel 1981 aveva fondato la sua scuola e aveva introdotto sua moglie ai rapporti sessuali di gruppo. Nel frattempo avevano avuto una figlia. Aveva iniziato a formare a quel tempo una prima famiglia con gli allievi della sua scuola, che portava alla spiaggia di Vargas. Poi la separazione nel 1994. La ex moglie ha ammesso in tribunale di aver partecipato agli abusi perché essa stessa era stata vittima di manipolazioni da parte del marito. Edith dice di essere sicura che Fernando non ha avuto relazioni con i propri figli (tre), né che siano stati coinvolti in sessioni di sesso di gruppo, il che contraddice le dichiarazioni di molti dei denuncianti. Secondo la versione della donna, uno dei ragazzi della “famiglia”, ora 37enne, all’età di 14 anni era a scuola, e aveva rapporti sessuali con i più grandi (lei ha ammesso di aver fatto sesso con lui quando era più giovane), con i piccolini e con Fernando stesso. Come la maggior parte di quelli che obbedivano è poi diventato uno dei leader. Tutto è venuto a galla lo scorso 26 di gennaio, quando una ragazza adolescente ha deciso di parlarne con un professore della sua scuola e con la polizia per impedire che il fratello minore di un compagno di classe, di nove anni, subisse gli stessi abusi. Da qui le accuse. Tre degli imputati, tra cui Baena Torres, la sua fidanzata Maria Jose e un’altra donna sono finiti in carcere negando però ogni addebito. Intanto nella casa sulla spiaggia di Vargas, la polizia ha trovato oggetti sessuali (dildo, film pornografici, hashish, foto oscene di alcune delle vittime, preservativi, vaselina, eccetera) secondo le descrizioni dei testimoni. Le sanzioni saranno molto severe in caso di penetrazioni di qualsiasi tipo, anche perché gli atti sessuali con minori di 13 anni sono illegali in ogni caso, anche se non è stata commessa violenza. La polizia, nel suo rapporto finale al giudice, ha concluso che: “Gli imputati fanno parte di un gruppo organizzato di pedofili (simile al culto di una setta) che hanno usato i loro legami e l’influenza nel mondo del karate per attirare bambini e guadagnare la loro fiducia e ammirazione. Baena Fernando Torres è il leader del gruppo, che per decenni ha compiuto abusi impunemente “. Il rischio ora, per le vittime, è la prescrizione dei reati.



domenica 21 marzo 2010

Collar-and-elbow

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La lotta conosciuta come Collar-and-elbow wrestling è un tipo di lotta tradizionale originaria dell'Irlanda e risalente (secondo lo storico Edward MacLysaght) al XVII secolo ma con radici nei Giochi di Tailtinn praticati fra il 632 a.C. e il 1169 d.C.
Anche se originario dell'isola celtica, lo stile è fiorito in America seguendo gli immigrati irlandesi. Lo stile viene spesso paragonato al Catch wrestling, al Gouren e allo Judo. Il Collar-and-elbow include un vasto numero di sgambetti, proiezioni, prese, agganci immobilizzazioni e anche alcune forme di sottomissione e colpi di tibia.

sabato 20 marzo 2010

Dàoshēng

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Dàoshēng (道生, Wade-Giles: Tao-sheng; giapponese: Dōshō; 355 – 434) è stato un monaco buddhista e traduttore cinese.
Fu un monaco buddhista cinese e traduttore di testi dal sanscrito al cinese.

Biografia

Si conosce poco dei primi anni di vita di questo importante monaco cinese, le cronache monastiche ci dicono che studiò sotto Zhū Fǎtài (竺法汰, 320 – 387), un discepolo del famoso monaco Dào'ān (道安, 312-385), a Nanchino capitale della dinastia dei Jin orientali.
Nel 397 si trasferì nel monastero di Dōnglín (東林, situato ai piedi del Monte Lu), fondato da un altro discepolo di Dào'ān, Huìyuan (慧遠, 334-416), di cui divenne allievo. Il quel periodo risiedeva nel monastero di Dōnglín anche il monaco kashmiro Saṃghadeva (IV secolo), grande cultore e traduttore di testi della scuola Sarvāstivāda, che furono studiati in modo approfondito da Dàoshēng.
Nel 406, Dàoshēng lasciò il monastero di Dōnglín e per trasferirsi a Chang'an dove studiò presso Kumārajīva i testi del Saddharmapuṇḍarīkasūtra (Sutra del Loto cin. 妙法蓮華經 Miàofǎ Liánhuā Jīng) e del Vimalakīrtinirdeśasūtra (L'insegnamento di Vimalakīrti, cin. 維摩結經 Wéimójiéjīng).
Nel 407 Dàoshēng decise improvvisamente di tornare nel monastero di Dōnglín portando con sé un testo di un altro allievo di Kumārajīva, Sēngzhào (僧肇, 374-414), il Boruowuzhilun (La saggezza non è conoscenza, poi raccolto nello 肇論 Zhàolùn, Trattati di Sēngzhào, T.D. T 1858.45.150c-161b), diffondendo così nel monastero di Dōnglín le riflessioni dottrinali di Sēngzhào.
Alcuni anni dopo ripartì nuovamente questa volta per Nanchino dove incontrò Fǎxiǎn che stava traducendo il Mahāyāna Mahāparinirvāṇa-sūtra (Sutra mahayana del Grande passaggio al di là della sofferenza). In questa circostanza Dàoshēng avviò un'aspra polemica dottrinale sulla dottrina degli icchantika che, secondo una prima e incompleta traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇasūtra, risultavano essere coloro i quali, per via delle loro brame, non potevano mai più aspirare alla liberazione buddhista. Questa lettura sulla natura degli icchantika contraddiceva, secondo Dàoshēng, l'universale possibilità di salvezza per tutti gli esseri senzienti. Non solo, la descrizione di un nirvana "permanente, gioioso e personale" così come descritto nella prima traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇa-sūtra contraddiceva, sempre secondo Dàoshēng, l'insegnamento madhyamaka di un nirvāṇa "vuoto" ovvero privo di attributi. Queste aspre polemiche costrinsero Dàoshēng ad abbandonare Nanchino e a fare ritorno al monastero di Dōnglín sul Monte Lu. Tuttavia, nel 430, giunse a Nanchino una nuova e completa traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇasūtra operata da Dharmakṣema (385-433) nel 421. Questa nuova traduzione, completa degli ultimi otto capitolo mancanti in quella operata da Fǎxiǎn, garantiva esplicitamente la salvezza buddhista anche agli icchantika, dando quindi piena ragione alle precedenti interpretazioni di Dàoshēng. Invitato a rientrare a Nanchino, Dàoshēng morì nel 434 nel monastero di Dōnglín sul Monte Lu.

La dottrina

Sono giunte fino a noi poche opere di Dàoshēng. Il suo pensiero ci è tuttavia noto grazie a opere di altri autori e questo ci consente di delineare il pensiero buddhista cinese del V secolo Sēngzhào lo cita ripetutamente nei suoi commentari, da questi e da opere successive sappiamo che Dàoshēng aveva assimilato la dottrina delle "Due Verità" (sans. satyadvaya, cin. 二諦 èr dì) di impronta madhyamaka probabilmente insegnategli da Kumārajīva.
Secondo Dàoshēng l'universo è retto da un principio morale indivisibile (cin. ) che corrisponde al Dharma (cin. ) che tuttavia è vuoto (cin. kōng) di proprietà inerente e privo di esistenza propria (cin. ). Il Buddha (cin. ) è la concretizzazione di questo Dharma, e partecipa insieme a tutti gli esseri della realtà del dharmakāya (cin. 法身 fǎshēn). Buddha e esseri senzienti (cin. . 衆生 zhòngshēng) partecipano della stessa natura, la natura di Buddha (sans. buddhatā, cin. 佛性 fóxìng).
La via spirituale per Dàoshēng corrisponde alla scoperta di questa natura ovvero del vero Sé (cin. 眞我 zhēnwǒ) e quindi dell'illuminazione (cin. ). Fino a Dàoshēng era opinione abbastanza comune tra gli studiosi buddhisti cinesi che tale acquisizione fosse progressiva, per gradi di sempre più perfettibile illuminazione ma, secondo Dàoshēng, l'illuminazione non può che essere una intuizione improvvisa (頓悟 dùnwù).
Secondo una metafora cara a Dàoshēng, la pratica progressiva fondata sulla fede per la stessa pratica consente al frutto di restare sull'albero per la maturazione, ma solo a maturazione conseguita il frutto maturo cade improvvisamente dall'albero. Non vi è tuttavia alcuna gradazione di maturazione: essa o c'è oppure non c'è. Quindi Dàoshēng rifiuta sia l'illuminazione progressiva predicata da Huìguān (慧觀, IV-V secolo) sia di un ulteriore approfondimento dell'illuminazione, una volta essa raggiunta, predicata da Dào'ān.
Nel suo commentario al Sutra del Loto, il Miàofǎ Liánhuā Jīngshū (妙法蓮華經疏), Dàoshēng ammette diversi metodi opportuni (sans. upāya, cin. 方便 fāngbiàn) per insegnare il Dharma agli esseri senzienti a seconda delle loro capacità o delle loro attitudini, in questo senso egli classificò i vari sutra indiani tradotti in cinese.

venerdì 19 marzo 2010

Kōsaka Masanobu

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Kōsaka Masanobu (高坂 昌信; 1527 – 12 giugno 1578), noto anche come Kasuga Toratsuna (春日 虎綱), è stato un samurai giapponese del periodo Sengoku.
È anche conosciuto come uno dei ventiquattro generali di Takeda Shingen. È anche accreditato come l'autore del famoso Kōyō Gunkan, che narra le storia della famiglia Takeda e delle sue imprese militari. Comunque diversi studi recenti suggeriscono che altri scrittori usarono il nome di Kōsaka per incrementare la veridicità del libro.

Biografia

Relazione con Shingen

La relazione d'amore con Shingen iniziò nel 1543. In quegli anni avevano rispettivamente 16 e 22 anni. Questo tipo di relazioni erano comuni nel Giappone pre-moderno, una tradizione nota col nome di shudo. Un documento conservato nell'archivio storico dell'Università di Tokyo documenta l'impegno di Shingen di non legarsi sentimentalmente a nessun altro servitore e la volontà di non recare danno in nessun modo al ragazzo, raccomandandolo agli dei.

Comandante

Kōsaka era conosciuto come uno dei tre Danjō che servirono la famiglia Takeda, assieme a Sanada Yukitaka e Hoshina Masatoshi (Danjō stava per titolo formale, Danjōchū; 弾正忠). Di questi tre, Kōsaka era conosciuto come "Nige Danjō" (逃げ弾正 letteralmente, Danjō difensivo), poiché era un comandante molto cauto ed abile nella ritirata.
Come comandante del castello di Kaizu, Kōsaka giocò un ruolo fondamentale nella quarta battaglia di Kawanakajima. Informò Takeda tramite segnali di fumo dei dell'avvicinamento dell'esercito di Uesugi Kenshin, e poi avanzò verso Saijoyama con l'intento di spingere l'esercito di Kenshin verso la pianura dove Takeda Shingen lo attendeva. Anche se la tattica fallì, Kōsaka guidò i suoi uomini giù dalla collina attaccando l'armata Uesugi alle spalle e salvando Shingen che si trovava in grosse difficoltà.
Durante la campagna di Nagashino fu mandato nel nord dello Shinano per tener occupati gli Uesugi ma marciò frettolosamente a sud per proteggere Katsuyori quando seppe della sua sconfitta.

Ritiro e morte

Kōsaka Masanobu criticò apertamente Katsuyori in numerose occasioni. Per questo fu forzato al ritiro nel 1578 e morì nello stesso anno di malattia.

giovedì 18 marzo 2010

Suizei

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Suizei (綏靖天皇, Suizei Tennō; ... – ...) è stato il secondo imperatore del Giappone.
Nessuna data certa può essere ricondotta al suo regno e lui stesso viene indicato dagli storici come uno degli imperatori leggendari. Nel Kojiki e nel Nihonshoki sono registrati solo il suo nome e la sua genealogia. Si crede generalmente alla sua esistenza storica che viene tuttavia negata da recenti studi. Sizei regnava dal palazzo di Takawoka a Kadzuraki. Secondo le fonti era il figlio dell'imperatore Jinmu.
Immediatamente dopo la sua ascesa al trono, dovette affrontare la ribellione del fratello. Il suo nome significa letteralmente "gioiosa pace salutare".

mercoledì 17 marzo 2010

Seigo Tada

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Seigo Tada (1922-1997), è stato il fondatore del Karate Gojuryu Seigokan.
Gran Maestro (8º Dan), Hanshi, è nato a Kyoto (Giappone), il 18 febbraio 1922.
Nel 1937, impara le arti marziali cinesi interne (Kempo cinese), con Ching Lou a Shanghai.
Unisce l'università Ritsumeikan a Kyoto nel 1939 e il suo club di karate. Lì, ha studiato l'essenza del Goju-ryu Karate-Do con Chojun Miyagi.
Crea la sua propria organizzazione nel 1945, poco dopo la seconda guerra mondiale, la Nihon Seigokan Doshikai.
È la più grande associazione di Karate Gojuryu in Giappone, con più di 200.000 membri, negli anni '60 e '70.
È morto per infarto miocardico nel settembre 1997, nelle braccia di Shihan Makino Kunisan, nel Hombu Dojo (sede centrale), in Himeji, Giappone.

martedì 16 marzo 2010

Apedemak

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Apedemak (anche Apademak) è una divinità nubiana della guerra appartenente alla religione dell'antico Egitto, venerata dai Meroiti. Secondo la mitologia nubiana, che ignorava il mito di Osiride, Apedemak era sposo di Iside.

Descrizione

Nel tempio di Naqa è dipinto come un leone avente tre teste e quattro braccia, ma altre volte è dipinto anche con una sola testa da leone.

Culto

Nella regione di Butana gli sono dedicati vari templi: Naqa, Meroe e Musawarat, che sembra essere il suo principale luogo di culto.

lunedì 15 marzo 2010

Budai

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Budai (cinese: 布袋, Bùdài, letteralmente ""bisaccia di pezza"", in coreano: Podae, in giapponese Hotei, in thailandese Phra Sangkrachai (พระสังกระจาย)) noto anche come Buddha felice (歡喜佛, Huānxǐ Fó), Buddha sorridente, Buddha grasso o Pu-Tai originariamente Pibudai Heshang (Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), è una figura ricorrente nell'iconografia buddhista cinese, interpretato a volte come un personaggio storico realmente esistito, e a volte come rappresentazione del prossimo Buddha, Maitreya.
La sua figura è stata anche inglobata nel taoismo e nello shintoismo.

Personaggio storico

Esistono due interpretazioni sulla figura di Budai. La prima sostiene che fosse uno dei primi diciotto arhat del Buddhismo; il suo nome era Angida ed era un abile cacciatore di serpenti, ma dopo averli catturati toglieva loro il veleno per evitare che mordessero i passanti e poi li liberava, e per la sua bontà ottenne la bodhi.
La storia più nota sostiene invece che fosse un monaco Chan di nome Qìcǐ (契此), nativo di Fenghua (奉化, oggi nella provincia di Zhejiang), che visse durante la dinastia Liang. Si dice che al momento della sua morte abbia composto il seguente inno (偈语, jiéyǔ): Maitreya, il vero Maitreya / Ti manifesti in molteplici forme/ Spesso ti riveli alla gente del tempo / Altre volte non ti riconoscono (彌勒真彌勒,化身千百億,時時示時人,時人自不識). Anche per questo motivo è generalmente identificato con Maitreya.

Caratteristiche

Budai/Hotei è sempre rappresentato grasso e calvo, con una sacca sulle spalle o sotto il braccio (dalla quale prende il nome) che non si svuota mai e con la quale nutre i poveri e i bisognosi; è piena di piante di riso (simbolo di abbondanza), dolci, cibo e molte cose di grande valore. Spesso ha con sé una ciotola da elemosine, che rappresenta la sua natura di monaco buddhista. Il suo ruolo è di proteggere i deboli, i poveri e i bambini, ed è spesso ritratto accanto ad essi. Nelle raffigurazioni giapponesi, Hotei è talvolta seduto su un carro condotto da ragazzi, o sventola il ventaglio che esaudisce i desideri (oogi, il ventaglio usato cerimonialmente dai potenti per dimostrare di accettare la richiesta di un vassallo).

Buddhismo

Nei templi Chan e Zen una sua statua è generalmente posta all'ingresso con il viso sorridente rivolto verso l'ingresso. È inoltre presente in un koan della scuola Zen. In questo, egli viaggia donando caramelle ai bambini poveri, elemosinando solo da monaci e laici Zen. Un giorno un monaco gli chiede: «Qual è il significato dello Zen?». Hotei depone la sua bisaccia. «Come si realizza lo Zen?», continua il monaco. Hotei riprende la bisaccia e si rimette in cammino.

Taoismo

Nel taoismo Budai è considerato una divinità dell'abbondanza e della soddisfazione, dell'accontentarsi di quel che si ha. La grande pancia è simbolo di gioia, fortuna e realizzazione; inoltre, nella tradizione cinese la pancia è considerata la dimora dell'anima, e la sua dimensione può essere considerata un'allegoria per la sua grande bontà. Secondo una tradizione popolare, sfregando la sua pancia è possibile ottenere ricchezza, fortuna e prosperità.
Nell'Ikuantao, le statue di Budai si trovano spesso nella parte centrale dei templi; in esso è chiamato Maitreya, ma è considerato l'incarnazione di molti insegnamenti taoisti, tra cui la generosità e la disponibilità.

domenica 14 marzo 2010

Śūnyatā

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(SA)
«Śūnyatā karuṇā garbham»
(IT)
«La vacuità [è] l'essenza della compassione»
(Nāgārjuna)



Śūnyatā (devanāgarī: शून्यता, pāli: suññatā, cinese: pinyin: kōng, coreano: gong, giapponese: , tibetano: stong-pan-yid, tr.it. Vacuità) è un sostantivo femminile della lingua sanscrita che indica una delle dottrine fondamentali nel Buddhismo.
La dottrina della Śūnyatā acquisisce tuttavia significati diversi e diverso ruolo nelle varie scuole che si sono succedute nel corso della Storia del Buddhismo, alcune delle quali tutt'oggi esistenti. In questo senso è preferibile suddividere l'esposizione di questa dottrina a seconda dei testi di riferimento o delle scuole che la insegnano.
Rappresenta l'Ensō (円相) che, nella simbologia del Buddhismo Zen, indica sia l'universo che la vacuità, quest'ultima intesa come Realtà assoluta.

La dottrina della vacuità negli Āgama-Nikāya del Buddhismo dei Nikāya e del Buddhismo Theravāda

La presenza nelle più antiche scritture buddhiste dell'attribuzione al Buddha Śākyamuni dell'insegnamento della "vacuità" è indubitabile come è indubitabile, in queste stesse scritture, la preoccupazione del fondatore del Buddhismo che questo insegnamento potesse essere addirittura dimenticato. Così afferma il Buddha Śākyamuni nel Samyutta-nikāya del Canone pāli:
«I monaci non vorranno più ascoltare e studiare i sutta proclamati dal Tathāgata, profondi profondi nel significato, che giungono oltre il mondo e riguardano la "vacuità" (sunnatapatismyutta) ma presteranno solo ascolto ai sutta profani proclamati dai discepoli, composti dai poeti, poetici e adornati di belle parole e sillabe»
(Samyutta-nikāya, 20,7.)
Ma se nel Majjhima-nikāya, il Buddha Śākyamuni indica l'irrealtà, la vacuità delle cose, come costantemente nei vari agama-nikaya espone l'insegnamento dell'anatta ovvero della "vacuità" intesa come inesistenza di una sostanzialità inerente al soggetto che percepisce i fenomeni, è nel Culasuññata Sutta, dove il Buddha Śākyamuni entra nel dettaglio di questa dottrina come esperienza interiore quando, rispondendo ad Ānanda su una sua precedente affermazione nella quale sosteneva di "dimorare pienamente in uno stato di vacuità" afferma:
«Certamente, o Ānanda, tu hai ben udito, ben appreso, ben inteso e ben ritenuto le mie parole. Adesso, come allora, o Ānanda, io dimoro pienamente in uno stato di vacuità. Così come questo palazzo della madre di Migara è ora vuoto di elefanti, di buoi, di cavalli, vuoto d'oro e d'argento, vuoto di gruppi di uomini e di donne, e la sua sola non vacuità è questa unica cosa, la comunità dei monaci, allo stesso modo, o Ananda, il monaco non pone mente all'idea di villaggio, non pone mente all'idea di uomo, ma pone mente a quest'unica cosa, alla foresta. Nell'idea di foresta la sua mente si placa, si ferma, si libera; ed egli riconosce: 'Le cure (le preoccupazioni, le ansie) che dipendevano dall'idea di villaggio non esistono più; le cure che dipendevano dall'idea di uomo non esistono più e l'unica cura che rimane è quella che dipende dall'idea di foresta»
(Culasuññata Sutta (Piccolo discorso sulla Vacuità). Majjhima-nikāya, 121.)
Nel Culasuññata Sutta il Buddha Śākyamuni non si ferma a questo "svuotamento" dalle "ansie" del mondo ma, in un incessante processo di svuotamento di tutti i riferimenti, ovvero dell'idea di 'foresta', dell' 'idea di terra', dell' 'infinità dell'idea di spazio', dell' 'infinità dell'idea di coscienza', della 'nullità', della 'né percezione né non percezione', del 'raccoglimento mentale privo di segni', giunge a concludere che:
«anche questo 'raccoglimento mentale privo di segni' è coeffettuato e concepito (non è la Realtà ultima); e tutto ciò che è coeffettuato e concepito è impermanente, destinato a cessare. [...] Egli comprende che il suo pensiero è vuoto dell'impurità del desiderio, dell'impurità dell'esistenza e dell'impurità della nescienza e che l'unica non vacuità è quella che dipende da questo corpo, sestuplice sede dei sensi, conseguenza della vita. [...] In verità, o Ananda, tutti coloro, asceti o brahmana, che nel futuro otterranno una stabile dimora nella purissima, suprema vacuità, raggiungeranno e dimorranno proprio in questa purissima e suprema vacuità. [...] Perciò, o Ānanda, voi vi dovete esercitare così: "Io otterrò una stabile dimora nella purissima, suprema vacuità»
(Culasuññata Sutta (Piccolo discorso sulla Vacuità). Majjhima-nikāya, 121.)
Riccardo Venturini, in riferimento a questo sutta, nota che
«il Buddha descrive come procedere verso i livelli più elevati di vacuità mediante lo svuotamento della mente dai contenuti propri dei livelli progressivamente superati. Al più alto livello di vacuità basati sulla meditazione di calma, il Buddha osserva che ciò che rimane è costituito dalla non-vacuità dei "sei campi sensoriali che, condizionati dalla vita, sono basati sul corpo stesso"»
(Riccardo Venturini. Coscienza e cambiamento. Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pag. 435)
Questo, secondo Riccardo Venturini, implica che
«Il metodo usato, portato alla sua estenuazione, si rovescia nel contrario e dall'osservazione dei caratteri 'negativi' della realtà fenomenica (impermanenza, insoddisfacenza e mancanza di esistenza inerente) si giunge a incontrare i caratteri 'positivi' della Realtà incondizionata (permanenza, beatitudine, realtà), come d'altra parte l'estasi/vacuità si rovescia nella molteplicità/pienezza: essendo ancora 'posizioni' che si muovono nel mondo del dualismo, esse rivelano e si tramutano nel contrario»
(Riccardo Venturini. Coscienza e cambiamento. Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pag. 435.)

La dottrina della vacuità nei Prajñāpāramitāsūtra

Nei trentotto testi che costituiscono l'insieme dei Prajñāpāramitāsūtra (composti tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C.), la dottrina della 'vacuità' riveste un ruolo centrale e fondamentale. Si può sostenere che fin dai Prajñāpāramitāsūtra più antichi, l'estensore degli stessi, che potrebbe voler riportare degli insegnamenti dello stesso Buddha Śākyamuni non accolti negli Āgama-Nikāya, accompagni la dottrina della vacuità con la pāramitā prajñā ritenuta l'ultima e la più importante già nelle scuole del Buddhismo dei Nikāya (scuola Sarvāstivāda).
Nel complesso la letteratura dei Prajñāpāramitāsūtra elenca venti tipi di vacuità (sanscrito viṃśati śūnyatā):
  1. Vacuità degli organi di senso (adhyatana śūnyatā).
  2. Vacuità dei fenomeni percepiti (bahirdhā śūnyatā).
  3. Vacuità degli organi di senso e dei fenomeni percepiti (adhyatanabahirdhā śūnyatā).
  4. Vacuità della vacuità (śūnyatā śūnyatā).
  5. Vacuità dello spazio (mahā śūnyatā).
  6. Vacuità dell'assoluto (paramārtha śūnyatā).
  7. Vacuità dei fenomeni condizionati (saṃskṛta śūnyatā ).
  8. Vacuità dei fenomeni non condizionati (asaṃskṛta śūnyatā ).
  9. Vacuità di ciò che è al di là dell'eterno e del nulla (atyanta śūnyatā ).
  10. Vacuità di ciò né inizia né termina, del Saṃsāra (anavaraga śūnyatā).
  11. Vacuità di ciò che degli insegnamenti che vanno accolti (anavakara śūnyatā ).
  12. Vacuità dell'intima natura dei fenomeni (prakṛti śūnyatā).
  13. Vacuità di qualsiasi fenomeno o dharma (sarvadharma śūnyatā ).
  14. Vacuità delle caratteristiche di ogni singolo dharma (svalakṣaṇa śūnyatā).
  15. Vacuità dell'inconcepibile (anupalambha śūnyatā).
  16. Vacuità dei fenomeni privi di identità (abhāvasvabhāva śūnyatā ).
  17. Vacuità dei fenomeni che posseggono delle sostanzialità (bhāva śūnyatā).
  18. Vacuità di ciò che è privo di sostanzialità (abhāva śūnyatā).
  19. Vacuità dell'identità (svabhāva śūnyatā).
  20. Vacuità della natura trascendente (parabhāva śūnyatā).
Tali "vacuità" stanno ad indicare che ogni forma, esistenza o non esistenza, è vacuità e ogni vacuità è ognuna di queste.
Così come recita uno dei Prajñāpāramitāsūtra più noti, il Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra (Il Sutra del Cuore della perfezione di saggezza):
(SA)
«Iha Śāriputro rūpaṃ śūnyatā, śūnyataiva rūpam rūpānna pṛthak śūnyatā, śūnyatāyā na pṛthag rūpam yadrūpaṃ sā śūnyatā, yā śūnyatā tadrūpam evaṃ vedanāsaṃjñāsaṃskāravijñānāni»
(IT)
«Qui, O Sariputra, la forma è vacuità e la vacuità è forma; la vacuità non differisce dalla forma, la forma non differisce dalla vacuità; qualsivoglia cosa sia forma, quella è vacuità; qualsivoglia cosa sia vacuità, quella è forma, stessa cosa riguarda le sensazioni, le percezioni, le pulsioni e la coscienza»
(Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra III 9-16)



L'insieme del corpus scritturale dei Prajñāpāramitāsūtra sembrerebbe contenere una serrata critica della dottrina dei dharma delle scuole del Buddhismo dei Nikāya, segnatamente della scuola Sarvāstivāda, le quali assegnavano esistenza reale ai costituenti (dharma) dei fenomeni, anche se le stesse denunciavano la 'vacuità' del soggetto che questi fenomeni percepiva, ovvero negavano la soggettività, l'io individuale (dottrina dell'anātman). Questa "doppia vacuità" (vacuità del soggetto percipiente, anātman, e dei fenomeni percepiti) dei Prajñāpāramitāsūtra andava a dunque a criticare i contenuti abhidharmici della scuola Sarvāstivāda, la quale giungeva a sostenere la presenza, nel soggetto che percepisce, di un dharma particolare, il prapti, che fungeva da ricettacolo per la sua retribuzione karmica. È chiaro che la dottrina della vacuità dei Prajñāpāramitāsūtra ha dei precisi fondamenti, come abbiamo visto, negli Āgama-Nikāya , tuttavia essa intende radicalizzare questi fondamenti come il cuore (hṛd) della dottrina del Buddha Śākyamuni (Buddhadharma).
In un altro famoso Prajñāpāramitāsūtra, il Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra (Sutra della perfezione della saggezza che recide come un diamante, o più brevemente Sutra del diamante) si giunge, peraltro coerentemente, a sostenere che
(SA)
«bhagavānasyaitadavocat-iha subhūte bodhisattvayānasaṁprasthitenaiva cittamutpādayitavyam-yāvantaḥ subhūte sattvāḥ sattvadhātau sattvasaṁgraheṇa saṁgṛhītā aṇḍajā vā jarāyujā vā saṁsvedajā vā aupapādukā vā rūpiṇo vā arūpiṇo vā saṁjñino vā asaṁjñino vā naivasaṁjñino nāsaṁjñino vā, yāvān kaścitsattvadhātuḥ prajñapyamānaḥ prajñapyate, te ca mayā sarve'nupadhiśeṣe nirvāṇadhātau parinirvāpayitavyāḥ evamaparimāṇānapi sattvān parinirvāpya na kaścitsattvaḥ parinirvāpito bhavati tatkasya hetoḥ? sacetsubhūte bodhisattvasya sattvasaṁjñā pravarteta, na sa bodhisattva iti vaktavyaḥ tatkasya hetoḥ? na sa subhūte bodhisattvo vaktavyo yasya sattvasaṁjñā pravarteta, jīvasaṁjñā vā pudgalasaṁjñā va pravarteta»
(IT)
«Il Signore disse: "Ecco Subhuti, chi decide di entrare nel veicolo del bodhisattva (bodhisattvayana) dovrebbe concepire un pensiero di questo genere: "Per quanti esseri senzienti ci sono nell'intero universo di esseri senzienti, nati da un uovo, nati da un utero, nati dalla umidità, o nati per mezzo di un miracolo, con forma o senza forma, in grado di percepire o non in grado di percepire, per come sia concepibile una forma concepibile di esseri senzienti, tutti questi io condurrò verso il Nirvāṇa, nella dimensione del Nirvāṇa che estingue ogni cosa. Nonostante questo per quanto siano innumerevoli gli esseri senzienti guidati verso il Nirvāṇa proprio nessun essere senziente è stato guidato verso il Nirvāṇa. Perché? Se in un bodhisattva dovesse intervenire la concezione di un "essere senziente", egli non potrebbe venire chiamato bodhisattva. E perché? Non si dovrà chiamare bodhisattva colui nel quale interviene la concezione di un "essere senziente" (sattva), o la concezione di un' "anima vivente" (jīva) o la concezione una "persona" (pudgala
(Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra, 3)

La dottrina della vacuità nelle scuole Mahāyāna Madhyamaka e Cittamātra

La scuola Madhyamaka è stata fondata da Nāgārjuna nel II d.C. È dibattuto se, per quanto concerne il periodo del suo fondatore, essa possa essere inserita nel contesto degli insegnamenti Mahāyāna. La ragione di questi dubbi è fondata sul fatto che nelle opere attribuite con sufficiente contezza al filosofo indiano, non compare mai l'utilizzo del termine Mahāyāna né i riferimenti ai Prajñāpāramitāsūtra.
L'opinione di molti studiosi, tuttavia, si fonda sulla natura di queste opere che sono didattiche e non polemiche. Intendono dimostrare la validità dei propri contenuti piuttosto che svilire l'autorevolezza delle fonti avversarie magari facendo leva su altre fonti. È possibile quindi che Nāgārjuna abbia volontariamente evitato qualsivoglia riferimento ai Prajñāpāramitāsūtra per evitare di discutere con i suoi interlocutori Sarvāstivāda sulla loro autorevolezza.
D'altronde è innegabile, che a partire dalla sua opera maggiore, il Madhyamakakārikā, egli non fa che ribadire la dottrina della vacuità esattamente come insegnata nei Prajñāpāramitāsūtra.
Nāgārjuna si presenta dunque come un maestro buddhista che vuole dimostrare la fondatezza della critica dei Prajñāpāramitāsūtra all'Abhidharma Sarvastivada. Per Nāgārjuna, come per i Prajñāpāramitāsūtra, il Buddha Śākyamuni aveva indicato, oltre l'impermanenza temporale (anitya), una ulteriore qualità, il śūnyatā di tutti i fenomeni: essi erano vuoti anche di una stessa loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale del presente, dell'immediato: esiste A solo in quanto esiste anche un non A.
Tutti i fenomeni (dharma) sono quindi privi di identità, sono vuoti di identità. Tutti i dharma, secondo la lettura dell'insegnamenti del Buddha da parte di Nāgārjuna, sono vuoti: poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente, si può dire che tutto ciò che esiste è vuoto. L'esperienza della vacuità è la via che porta al "Risveglio".
Ma la vacuità non può essere conosciuta con il pensiero ordinario (o "convenzionale") che tratta dei fenomeni come se fossero indipendenti e stabili, dotati di natura immutabile e certa. Gran parte dell'opera di Nāgārjuna consiste pertanto in una critica raffinata delle diverse dottrine che sottinendono l'esistenza dei fenomeni in quanto tali, e che vengono per questo ridotte all'assurdo (prasaṅga). Da parte sua, Nāgārjuna non presenta alcuna dottrina:
«Se io avessi qualche tesi sarei vittima di questi controsensi. Ma io non ho alcuna tesi e quindi non mi si può imputare nessun controsenso»
(Nāgārjuna. Vigrahavyāvartanī, 29)
Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione filosofica. L'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se la vacuità viene entificata
«La vacuità male intesa rovina l'uomo ottuso così come un serpente male afferrato o una formula magica mal pronunciata»
(Nāgārjuna. Madhyamakakārikā, 24, 11)

sabato 13 marzo 2010

Cangjie

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Cangjie (倉頡, 仓颉, Cāngjié, Ts'ang-chieh, cantonese Jyutping: Cong Kit) è una figura leggendaria della tradizione cinese, ministro del leggendario Imperatore giallo e mitico inventore dei caratteri cinesi.
Cangjie sarebbe vissuto all'epoca del leggendario Imperatore Giallo (黄帝 Huangdi).
Molti testi del periodo dei regni combattenti, lo menzionano attribuendogli l'invenzione dei caratteri cinesi. Tra questi testi figurano gli Annali di Lü, lo Han Feizi, e lo Huainanzi. Un passo di quest'ultimo recita: "Quando Cangjie inventò i caratteri, il cielo fece piovere miglio e gli spiriti maligni piansero tutta la notte". Secondo Xunzi, "Molti erano, un tempo, coloro che conoscevano la scrittura, ma Cangjie è colui che ce l'ha trasmessa dopo averla sistematizzata".

Leggende

Una versione della leggenda di Cangjie racconta che l'Imperatore Giallo gli ordinò di inventare un sistema di scrittura, dopo che aveva unificato il suo regno, per sostituire il sistema di notazione delle corde annodate. Egli si stabilì vicino ad un fiume e rimase a lungo senza ottenere risultati. Un giorno, una fenice cinese fece cadere davanti a lui un pezzo di terra indurita che recava impressa un'impronta. In quel momento un cacciatore giungeva sulla strada, e Cangjie gli chiese se riconoscesse o meno l'animale che aveva lasciato quell'impronta. «È un pixiu» rispose senza esitare il cacciatore. Questa fu una rivelazione per Cangjie. Da quel momento, egli osservò qualsiasi cosa cercandovi un segno che la rendesse immediatamente riconoscibile.
L'Imperatore Giallo, soddisfatto, fece diffondere l'uso della sua scrittura in tutto il paese e fece costruire un tempio in riva al fiume in corrispondenza del luogo dove Cangjie lavorava.
Wang Chong lo descrisse come avente quattro occhi che gli permettevano di vedere i segreti del cielo e della terra. Un'altra leggenda lo descrive dotato di pupille doppie, tratto attribuito anche ad altre figure mitiche come i sovrani Yu, l'Imperatore Shun e il duca Jin Wen Gong.

Siti consacrati a Cangjie

Diversi luoghi in Cina rivendicano di aver ospitato l'inventore della scrittura e hanno una tomba od un tempio dedicato a Cangjie, o un sito descritto come il personaggio mitico avrebbe per la prima volta creato i nuovi caratteri: Shouguang nello Shandong, Kaifeng e Nanle nello Henan, Baishui e Xi'an nello Shaanxi.

Altri usi del suo nome

Il nome di Cangjie è stato usato anche per altri oggetti:
  • Il Libro di Cangjie (仓颉篇) è una raccolta di caratteri, in stile piccolo secchio, destinati all'unificazione della scrittura all'inizio della Dinastia Qin. Composto, secondo la tradizione, da Li Si su ordine di Qin Shi Huang, il testo scomparve sotto la Dinastia Tang, ma dei frammenti contenuti in altri testi hanno permesso di ricostruirlo approssimativamente.
  • Un metodo di input in informatica, dei caratteri cinesi basato sull'analisi delle loro differenti parti grafiche porta il suo nome.
  • Una roccia di Marte osservata dalla veicolo di esplorazione Spirit ha ricevuto il suo nome.