martedì 13 maggio 2008

Jiben quanfa

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Jiben quanfa (基本拳法, fondamentali dei metodi dei pugni) è un termine delle arti marziali cinesi che sta ad indicare tutti i possibili modi di utilizzo dei pugni, cioè le tecniche.

Alcuni elenchi

Nei testi di Wushu vengono elencate le seguenti:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1横拳
Hengquan
Pugno orizzontale
2钉拳
Dingquan
Pugno chiodo
3插拳
Chaquan
Pugno che spinge con forza
4圈拳
Quanquan
Pugno circolare
5扫拳
Saoquan
Pugno che spazza
6抛拳
Paoquan
Pugno lanciato
7盖拳
Gaiquan
Pugno nascosto
8撞拳
Zhuangquan
Pugno che urta contro
9钻拳
Zuanquan
Pugno che perfora
10斩拳
Zhanquan
Pugno che spacca
11搠拳
Shuoquan
Pugno che imbratta
12截拳
Jiequan
Pugno che intercetta
13假拳
Jiaquan
Pugno falso
14正拳
Zhengquan
Pugno dritto
15冲拳
Chongquan
Pugno battente
16砸拳
Zaquan
Pugno che colpisce violentemente
17劈拳
Piquan
Pugno fendente
18崩拳
Bengquan
Pugno esplosivo
19炮拳
Paoquan
Pugno cannone
ecc
ecc
ecc



Questo è l'elenco, deducibile dall’Enciclopedia del Kungfu Shaolin, dei Jiben Quanfa della Scuola Chang:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1正拳
Zhengquan
Pugno dritto
2立拳
Liquan
Pugno verticale
3仰拳
Yangquan
Pugno rivolto verso l'alto
4崩拳
Bengquan
Pugno che si schianta
5栽拳
Zaiquan
Pugno che cade a terra



Questo è invece un elenco dei Quanfa dello Zhoujiaquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1穿拳
Chuanquan
Pugno penetrante
2辊捶
Gunchui
Colpo che ruota
3兜捶
Douchui
Colpo che avvolge
4鞭捶
Bianchui
Colpo frustato
5下擘拳
Xiaboquan
Pugno che colpisce basso
6挂捶
Guachui
Colpo che rimane impigliato



Questi i Quanfa del Chaquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1立拳
Liquan
Pugno verticale
2平拳
Pingquan
Pugno orizzontale
3斜拳
Xiequan
Pugno inclinato



Zheng Chen riporta cinque Tecniche di Pugno (拳法, 拳法, quánfǎ, ch'uan fa) nel Taijiquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
tipologie di tecniche che rientrano sotto questo nome
1直拳
Zhiquan
Pugno diretto
  • Pugno che urta con violenza (冲拳, 冲拳, chōngquán, chong ch'uan);
  • Colpo con la mano nascosta (掩手捶, 掩手捶, yǎnshǒuchuí, yan shou chui);
  • Colpire in tirare una freccia alla tigre (彎弓射虎捶, 弯弓射虎捶, wāngōngshèhǔchuí, wan kung she hu chui)
2摆拳
Baiquan
Pugno montante
  • Colpo circolare (圈捶, 圈捶, quānchuí, chuan chui);
  • Colpo che si basa sul gomito (肘底捶, 肘底捶, zhǒudǐchuí, chou ti chui)
3勾拳
Gouquan
Gancio
  • Colpo che impedisce di essere spostato (搬攔捶, 搬拦捶, bānlánchuí, pan lan chui );
  • Girarsi e guardare il quadro (回头看画, 回头看画, huítóukànhuà, hui tou kan hua)
4劈拳
Piquan
Pugno ad ascia
  • Colpo che batte sollevandosi (吊打捶, 吊打捶, diàodǎchuí, tiao ta chui);
  • Colpo ad ascia ruotando il corpo afferrando e tenendo (擒拿轉身劈捶, 擒拿转身劈捶, qínnázhuǎnshēnpīchuí, chin na chuan shen pi chui);
  • Pugno ad ascia dell'attendente di Buddha (金刚劈拳, 金刚劈拳, jīngāngpīquán, chin kang pi ch'uan)
5鞭拳
Bianquan
Pugno Frustato
  • Pugno orizzontale (橫拳, 横拳, héngquán, heng ch'uan);
  • Grappola di colpi (串捶, 串捶, chuànchuí, chuan chui)




lunedì 12 maggio 2008

Xiahou Yuan

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Xiahou Yuan (... – 219) è stato un ufficiale cinese, cugino più giovane di Xiahou Dun, sotto il signore della guerra Cao Cao durante la tarda era della Dinastia Han e dei Tre Regni della Cina..
Era a capo di una delle due ali del suo neonato esercito del regno Wei ed era noto per i suoi fulminei attacchi, che gli fecero vincere molte battaglie, tra cui quella vittoriosa contro Ma Chao.
Tuttavia, nella battaglia del monte Dingjun fu sconfitto da un generale del Regno di Shu e ucciso da Huang Zhong.

domenica 11 maggio 2008

Dào'ān

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Dào'ān (道安, Wade-Giles: Tao-an; giapponese: Dōan; Hebei, 312 – Chang'an, 385) è stato un monaco buddhista e traduttore cinese.
Fu un monaco buddhista cinese e traduttore di testi dal sanscrito al cinese. Maestro di Huìyuan (慧遠, 334-416), il fondatore del monastero di Dōnglín (東林) sul Monte Lú (廬山).
Dào'ān nacque in una famiglia confuciana e, nonostante questo, entrò in un monastero buddhista all'età di dodici anni.
Nel 335 si trasferì a Yè (, oggi Linzhang, provincia di Hebei), capitale della dinastia Zhao Posteriori studiando sotto la guida di Fótúchéng (佛圖澄, giapp. Buttochō, nome di origine forse Buddhasiṁha) il monaco-taumaturgo, di origine kushan, probabilmente di scuola sarvāstivāda, consigliere, tra gli altri, dell'imperatore Shí Hǔ (石虎, anche Taì Zǔ, 太祖, della dinastia degli Zhao Posteriori di etnia Jié, regno: 333-49).
Alla morte di Shí Hǔ, Dào'ān lasciò Yè avviandosi verso la vita di monaco itinerante lungo tutta la Cina settentrionale fino al 365, quando le guerre civili lo costrinsero a spostarsi verso Sud, a Xiangyang (oggi Xiangfan, provincia di Hubei), dove raccolse intorno a sé dei discepoli con cui praticò la venerazione nei confronti del buddha del futuro, Maitreya (彌勒, Mílè), e la pratica del dhyāna così come indicata dalle scuole hīnayāna, soprattutto sarvāstivāda, insegnamenti già trasferiti dal monaco persiano Ān Shìgāo.
A Xiangyang Dào'ān mutò progressivamente i suoi interessi verso la letteratura canonica mahāyāna dei prajñāpāramitāsūtra dedicandogli ben sei commentari. In particolar modo si interessò al Pañcaviṃśati-sāhasrikā-prajñā-pāramitāsūtra (光讚般若波羅蜜經, pinyin: Guāngzàn bānruò bōluómì jīng, Sutra perfezione della saggezza in venticinquemila stanze).
Sempre a Xiangyang, Dào'ān compilò, nel 374, il primo trattato cinese sulla letteratura buddhista giunta fino a quel momento in Cina, lo Zōnglǐzhòngjīng mùlù (綜理衆經目錄, Catalogo delle scritture, conosciuto più diffusamente come 安錄 Anlu, T.D. 2149.55.251a2) esaminando più di seicento opere e producendo per ognuna di queste delle sintesi.
Quando l'imperatore Fú Jiān (苻堅, conosciuto anche come 世祖, Shì Zǔ, regno: 357-385) della dinastia Qin Anteriori (di etnia Di ) occupò Xiangyang, nel 379, Dào'ān si trasferì a Chang'an che grazie proprio a Fú Jiān tornò presto ad essere un crocevia internazionale e centro della comunità centro asiatica (soprattutto kashmira) di monaci sarvāstivāda.
Pur non conoscendo direttamente il sanscrito, Dào'ān supervisionò la comunità di monaci-traduttori che avviarono la traduzione dell'Abhidharma Jñānaprasthāna śāstra (阿毘達磨發智論, pinyin: Āpídámó fāzhì lùn, testo centrale dell'Abhidharma sarvāstivāda), del Daśa-bhāṇavāra-vinaya (十誦律, pinyin: Shísòng lǜ, Dieci suddivisioni delle regole monastiche, vinaya della scuola sarvāstivāda) e del Mādhyamāgama (中阿含經 Zhōng āhán jīng, giapp. Chū agonkyō, agama della scuola sarvāstivāda), redigendone la prefazione.
Dào'ān morì nel 385 a Chang'an, dopo aver preparato una comunità monastica di traduttori pronta ad accogliere Kumārajīva.

sabato 10 maggio 2008

Kuroda Kiyotaka

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Il duca Kuroda Kiyotaka (黑田 清隆), noto anche come Kuroda Ryōsuke (黑田 了介), (Kagoshima, 16 ottobre 1840 – 23 agosto 1900) è stato un politico giapponese.
Fu primo Ministro del Giappone dal 30 aprile 1888 al 25 ottobre 1889.
Kuroda nacque a Kagoshima nel dominio di Satsuma nella regione del Kyūshū, che in seguito si sarebbe trasformata nella odierna Prefettura di Kagoshima.
Divenne samurai al servizio del daimyo Shimazu. Nel 1862 Koruda fu coinvolto nell'incidente di Namamugi, nel quale dei servitori del daimyo di Satsuma uccisero un mercante di nazionalità britannica che si era rifiutato di inginocchiarsi al passaggio del loro signore. Questo episodio portò alla guerra Anglo-Satsuma del 1863 al quale partecipò lo stesso Kuroda. Immediatamente dopo la fine del conflitto Kuroda si trasferì a Edo dove si dedicò allo studio della balistica.
Al suo ritorno a Satsuma egli fu un convinto sostenitore dell'alleanza Satsuma-Chōshū per il rovesciamento dello Shogunato Tokugawa. In seguito divenuto un leader militare durante la Guerra Boshin divenne noto per aver risparmiato la vita all'ammiraglio giapponese Enomoto Takeaki, fedele allo shogun Tokugawa Yoshinobu e che lo aveva affrontato nella battaglia di Hakodate.

La carriera politica e diplomatica

Nel 1870 Koruda divenne un diplomatico e in questa veste venne inviato a Karafuto dove fu apprezzato sia dai suoi compatrioti che dai russi. Vivamente preoccupato per la spinta espansionistica russa verso oriente, Kuroda fece ritorno a Tokyo dove raccomandò caldamente il rafforzamento della frontiera settentrionale. Nel 1871 compì un viaggio prima in Europa e poi negli Stati Uniti per un periodo di cinque mesi, facendo poi ritorno in Giappone nel 1872 dove venne inviato a sovrintendere al rafforzamento della colonia dell'isola di Hokkaidō.
Nel 1874 venne nominato capo dell'Ufficio della Colonizzazione di Hokkaidō e organizzò uno schema di colonizzazione dell'isola basato sull'utilizzo di samurai e di soldati in congedo che fungessero sia come coloni che come milizia locale. In questo stesso periodo venne promosso al grado di tenente colonnello nell'esercito imperiale giapponese.
Nel 1875 venne inviato in Corea come diplomatico e governatore di Hokkaidō e nel 1876 partecipò in tale veste al Trattato di Kanghwa con il quale la Corea cessava di essere un vassallo commerciale della Cina aprendo le proprie frontiere al commercio con il Giappone.
Nel 1877 Kuroda fu inviato come ufficiale per la soppressione della Rivolta di Satsuma.
Nel 1878 divenne leader del dominio Shazuma che segiì l'assassinio del leader politico Okubo Toshimichi.
Nel 1887 venne nominato Ministro dell'Agricoltura.

La carica di Primo Ministro

Kuroda divenne il secondo Primo Ministro della storia del Giappone dopo l'incarico di Hirobumi Ito, e durante la sua carica presenziò la promulgazione della Costituzione Meiji, tuttavia, nonostante questo grande successo politico, l'incapacità di far revisionare le clausole sfavorevoli al Giappone nei vari trattati internazionali suscitarono una forte avversione alla sua figura politica. Dopo l'ennesimo insuccesso internazionale da parte del suo Ministro per gli Esteri Okuma Shigenobu nel 1889, Kuroda fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Nel 1892 venne nominato Ministro delle Comunicazioni nel secondo gabinetto Itō e nel 1895 venne eletto genrō ovvero padre fondatore del Giappone moderno.
Morì nel 1900 di una emorragia cerebrale.

venerdì 9 maggio 2008

Kitabatake Tomonori

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Kitabatake Tomonori (北畠具教; 1528 – 1576) fu un daimyō giapponese del periodo Sengoku appartenente al clan Kitabatake.

Biografia

Tomonori era figlio di Kitabatake Harutomo (morto 1563) e governava dal castello di Anotsu. Si trovò di fronte a conflitti all'interno del proprio dominio e fu costretto a frenare un'invasione del clan Miyoshi nel 1566. Dovette successivamente affrontare una rivolta interna e Oda Nobunaga invase la provincia di Ise per pacificarla alla fine del 1569. Durante tali eventi suo fratello minore Kotsukuri Tomomasa tradì e si accordò segretamente con Nobunaga. Successivamente Tomonori fu costretto a siglare un accordo di pace con il clan Oda e dovette adottare il figlio di Nobunaga (Oda Nobuo) come erede.
Divenne successivamente monaco e morì nell'undicesimo mese del 1576, probabilmente assassinato dai suoi servitori.

giovedì 8 maggio 2008

Tetsuji Murakami

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Tetsuji Murakami (Shizuoka, 31 marzo 1927 – Parigi, 24 gennaio 1987) è stato un karateka giapponese.
È stato il primo maestro giapponese di karate venuto a insegnare in Italia negli anni '50, sotto invito del Maestro Wladimiro Malatesti.
Inizia la pratica delle arti marziali con il kendo (obbligatorio nelle scuole) e nel 1946, all'età di 19 anni, inizia la pratica del karate, stile shotokan, sotto la guida del Maestro Masaji Yamaguchi (alunno del Maestro Funakoshi), con il quale studia pure il kendo, aikido e un po' di iaido.
Nel 1957, invitato dal Maestro Henry Plée si trasferisce in Francia, a Parigi. Gradualmente inizia a insegnare anche all'estero e in particolare in Germania, Inghilterra, Italia, Jugoslavia, Portogallo, Svizzera e Algeria.
Nel 1968 al suo rientro in Giappone, dopo quasi 10 anni passati in Europa, conosce il Maestro Shigeru Egami e rimane affascinato dallo stile di cui quest'ultimo è il caposcuola: lo Shotokai. Decide di passare allo Shotokai e diviene responsabile per l'Europa, sotto incarico dello stesso Maestro Egami.

mercoledì 7 maggio 2008

Viṣṇu

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Viṣṇu (devanāgarī: विष्णु; adattato in Vishnu, in italiano anche Visnù) è una divinità maschile vedica che nei secoli appena precedenti la nostra era assorbì altre figure divine come Puruṣa, Prajāpati, Nārāyaṇa e Kṛṣṇa acquisendo nel periodo epico del Mahābhārata la figura divina protettrice del mondo e del Dharma e, nella letteratura religiosa post-epica, la volontà di intervenire per proteggere i suoi devoti. Assorbendo l'antico culto di Vasudeva divenne il culto principale dell'Induismo che va sotto il nome di Viṣṇuismo o Vaiṣṇavismo (dall'aggettivo sanscrito vaiṣṇavá, "devoto a Viṣṇu").

Origine e sviluppo del culto di Viṣṇu nelle religioni vedica e brahmanica

Viṣṇu è un deva poco menzionato nel più antico dei Veda, il Ṛgveda, ciononostante tale divinità fu considerata fin dall'inizio più importante di quanto non appaia.
Nel Ṛgveda Viṣṇu è il deva che compie i tre passi per delimitare l'intero universo dove si collocano tutti gli esseri:
(SA)
«viṣṇornu kaṃ vīryāṇi pra vocaṃ yaḥ pārthivāni vimamerajāṃsi yo askabhāyaduttaraṃ sadhasthaṃ vicakramāṇastredhorughāyaḥ pra tad viṣṇu stavate vīryeṇa mṛgho na bhīmaḥ kucaro ghiriṣṭhāḥ yasyoruṣu triṣu vikramaṇeṣvadhikṣiyanti bhuvanāni viśvā pra viṣṇave śūṣametu manma ghirikṣita urughāyāya vṛṣṇe ya idaṃ dīrghaṃ prayataṃ sadhasthameko vimame tribhirit padebhiḥ»
(IT)
«Io celebro le gesta eroiche di Viṣṇu , che misurò le regioni terrene e ha reso stabile la regione di sopra compiendo lui, dal vasto incedere, tre passi. Per questa impresa eroica Viṣṇu è lodato, lui che abita sulla montagna come una bestia selvaggia, aggirandosi ovunque, nei suoi tre grandi passi abitano tutti gli esseri, che la mia invocazione possa raggiungere Viṣṇu il toro che abita la montagna e che da solo ha misurato con i tre passi queste ampie sfere»
(Ṛgveda, I,154,1-3)
Tale caratteristica risiede anche nel suo nome, Viṣṇu, che indica la "pervasività". Il passo più alto di Viṣṇu è nel cielo, luogo non comprensibile da ciò che è mortale. La sua natura celestiale, e quindi non mondana, è resa dal caratteristico colore della pelle azzurro intenso con cui, successivamente, questa divinità verrà raffigurata e che indica lo spazio etereo.
Nei Brāhmaṇa con Viṣṇu si indica lo stesso sacrificio e nel Śatapatha Brāhmaṇa viene descritto il rito del viṣṇukramá (Il passo di Viṣṇu).
(SA)
«atha viṣṇukramān kramate devānvā eṣa prīṇāti yo yajata [...] sa devānprītvā teṣvapitvī bhavati teṣvapitvī bhūtvā tānevābhiprakrāmati [...] lokastadevamimāṃl lokāntsamāruhyāthaitāṃ gatimetāṃ pratiṣṭhāṃ gacati parastāttvevārvāṅ krameta [...] iṣa etadapasaraṇata evāgre jayañjayati divamevāgre 'thedamantarikṣamatheto 'napasaraṇātsapatnānnudata »
(IT)
«Si compiono dunque i passi di Viṣṇu chi offre i sacrifici gratifica i Deva con questo sacrificio [...] avendo gratificato i Deva con tale sacrificio puà accompagnarsi con loro, accettato alla loro presenza procede a raggiungerli [...] si innalza a questo modo fino ai mondi dei Deva e vi risiede trovandovi uno stabile posto, ma poi necessita di ridiscendere per ritornare [...] in questo modo inizialmente conquista il cielo in modo vittorioso ma lascia aperta l'uscita, poi allo stesso modo per l'aria, e per ultimo non lasciando alcuna apertura per uscire quaggiù egli rigetta finalmente i suoi nemici»
(Śatapatha Brāhmaṇa, I,9,3, 8-10)
Tre passi deve fare infatti l'adhvaryu tra lo spazio della vedi e lo āhavanīya per compiere lo yajña vedico, così come fece Viṣṇu quando generò lo "spazio" cosmico.
Viṣṇu è quindi localizzato nello stesso palo collocato al centro dello spazio sacrificale come asse cosmico che unisce il cielo dei Deva con la terra degli uomini consentendo loro di comunicare: i primi elargendo beatitudini, i secondi inviando doni e suppliche.
Egli è anche amico di Indra, il dio guerriero che durante la conquista dell'India da parte degli Arii diviene di massima importanza per queste popolazioni di nomadi invasori.

Viṣṇu nello hindūismo

Gli avatāra di Viṣṇu

Iconografia

Nelle rappresentazioni artistiche e devozionali dello hindūismo Viṣṇu indossa spesso una corona (kirīṭa mukuṭa, corona regale che lo individua come Cakravartin, "Signore dei mondi"); con le quattro braccia regge i suoi attributi: il disco o ruota (chakra) nel duplice significato di "ruota" solare o del carro celeste che trasporta la divinità solare e di "disco" inteso come arma da lancio e quindi con il significato di potere e protezione, esso ha il nome di Sudarśana (Bello da vedere); la mazza (gadā) che ha il nome di Kaumodakī, l'arma con cui Viṣṇu uccise il demone Gada, essa simboleggia anche il potere del tempo che tutto distrugge; la conchiglia (śaṅka, la Charonia tritonis) è anch'essa un'arma in quanto soffiandoci dentro procura un suono che atterrisce i demoni e li fa fuggire, il nome della śaṅka di Viṣṇu è Pāñcajanya dal demone a cui la strappò Pāñcajana (Cinque elementi); il fiore di loto (padma) simbolo della divinità solare.

I nomi di Viṣṇu

Come altre divinità hindu, Viṣṇu conserva diversi altri nomi e appellativi tradizionalmente elencati nel Viṣṇusahasranāma ("I mille nomi di Viṣṇu "), contenuto all'interno del Mahābhārata. In questo elenco Viṣṇu è celebrato come il Dio Supremo.

martedì 6 maggio 2008

Rāmāyaṇa

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Il Rāmāyaṇa (devanāgarī रामायण; lett. il "Cammino - ayana- di Rāma"), insieme al Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici dell'induismo, oltre a risultare uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.
Il poema, attribuito tradizionalmente al cantore (ādivaki), e protagonista dello stesso, Vālmīki, narra le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa, che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato.

Datazione e recensioni

Il nucleo originario del poema è databile tra il VI e il III secolo a.C., il completamento della sua redazione va invece ascritto ai primi secoli della nostra era.
L'epos rāmaico consta di 24.000 śloka (versi), 70.000 in meno rispetto al più complesso Mahābhārata, suddivisi in oltre 645 sarga ("canti"), distribuiti in sette kāṇḍa ("libri"), di cui il primo (Bālakāṇḍa) e il settimo (Uttarakāṇḍa) sono considerati, a giudizio unanime della critica, delle addizioni posteriori.
Il nucleo originario dell'intera opera è costituito dai kāṇḍa II-VI dove Rāma appare nella sua veste eroica, acquisendo, nei due kāṇḍa recenziori, il I e il VII evidenti caratteristiche divine, anche se vi sono tracce di aspetti divini dello stesso Rāma anche nelle parti più antiche del poema.
Il Rāmāyana, proprio come i poemi omerici, può essere considerato come un serbatoio o una raccolta dell'insieme delle conoscenze e dei modelli culturali di un'intera civiltà. L'epos rāmaico pertanto svolge una funzione educativa adempiendo in pieno, essendo depositario del sapere collettivo, al suo compito didattico-paradigmatico. Eppure questo deposito o "sedimento ereditario", trasmesso dalla tradizione orale, non va inteso come patrimonio onnicomprensivo, ma piuttosto come stratificazione e sovrapposizione progressiva di un materiale storico, mitico, aneddotico e geografico che nel corso dei secoli è stato ricucito in una raccolta organica divenuta sintesi e simbolo dei contenuti culturali, religiosi e filosofici di un'intera civiltà.
In questo senso Rāma, non è solo il protagonista dell'epos narrato, bensì il nome dato ad un codice di comportamento morale, religioso, politico, e sociale che appartiene ad una fase precisa della civiltà indiana. Ciò significa che il poema rāmaico non solo “descrive", ma "prescrive", attraverso il fulgido esempio di Rāma e Sītā come archetipi di perfezione e di adesione al dharma, un modello di condotta morale ed etica da imitare e interiorizzare.
La narrazione di questi eventi mitici ci è giunta grazie alle eleganti strofe di Vālmīki che, con il suo stile raffinato ed erudito, sembra anticipare gli elaborati componimenti di epoca classica (Kāvya), ossia un particolare tipo di letteratura caratterizzata da lunghissime descrizioni, sorprendenti paragoni e metafore, giochi di parole e ostentazioni di dottrina, rime interne e tutto un repertorio di ricercatezze formali e ornamenti stilistici (alamkāra) che inducono gli studiosi ad ipotizzare una matrice di natura aristocratica e a individuare nelle corti e nelle cerchie di intellettuali il luogo privilegiato di irradiazione di questo nuova e sapiente produzione letteraria. Anche gli indologi sono unanimi nell'accettare il dato della tradizione che assegna a un cantore (ādivaki ) la composizione del poema o, almeno, di quello che è ritenuto il suo nucleo originario, nonostante il nome di questi, Vālmīki, venga citato solo esclusivamente nelle due sezioni, la prima e la settima, notoriamente considerate spurie.
In ogni caso il celebre ādivaki non avrebbe fatto altro che rielaborare e ricucire gli antichi materiali relativi all'eroe Rāma, tramandati dai bardi o cantori itineranti (cārana, kuśīlava), dei quali abbiamo traccia anche in tradizioni esterne alla cultura brahmanica, come quella buddhista e quella jaina.
Il Rāmāyana è giunto a noi in tre recensioni:
  • l'edizione "meridionale" detta di Bombay o vulgata (in 24.049 strofe; 24.272 nella versione di Kumbakhonam; 645 sarga, "canti"), probabilmente la più antica; l'ultima ristampa di questa versione è in 7 volumi (4 di commenti) editi dalla Nag di Delhi 1990-1991;
  • l'edizione "nordoccidentale" (24.202 strofe; 666 sarga); la pubblicazione di questa edizione è in 7 voll. curati da R. Labhāya, Bh. e V. Śāstrī, D.A.V. College Research Dept. Lahore 1928-1947.
  • l'edizione "orientale", detta "bengalese" o gauḍa (23.930 strofe; 672 sarga).
Tutte e tre le recensioni, seppure differiscano per intere sezioni e persino per discrepanze di contenuto, sono suddivise in sette kāṇḍa e offrono ad ogni modo una visione omogenea e coerente dello svolgimento dell'azione principale. Ogni kāṇḍa origina il proprio nome dalla natura della materia trattata.
A queste tre recensioni se ne aggiunge un'altra detta "critica", in 18.766 strofe (606 sarga), la quale ha suscitato non poche opposizioni. Tale edizione "critica" è stata pubblicata in 7 volumi da G.H. Bhatt, L.P. Vaidya, P.C. Divanji, D.R. Mankad, G.C. Jhala e U. P. Shah, Oriental Institute, Baroda, 1970-1985.

Il tema centrale

Il tema centrale del poema consiste nella storia di Rāma, settimo avatāra di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, e della sua sposa, Sītā.
Gli eventi sono ambientati nel momento di passaggio tra la fine del Tretā-yuga e l'inizio dello Dvāpara-yuga.
Rāma, principe ereditario del regno dei Kosala viene privato ingiustamente del diritto al trono ed esiliato dalla capitale Ayodhyā (collocata nei pressi dell'odierna Faizābād).
Rāma trascorrerà quattordici anni in esilio, insieme alla moglie Sītā e al fratello Lakṣmaṇa, dapprima nei pressi della collina di Citrakūṭa, dove si trovava l'eremo di Vālmīki e di altri ṛṣi, in seguito nella foresta Daṇḍaka, popolata da molti demoni (rākṣasa).
Lì Sītā viene rapita dal crudele re dei demoni, Rāvaṇa, che la conduce nell'isola di Laṅkā.
Rāma e Lakṣmaṇa si alleano quindi con i vānara, potente popolo di scimmie divine, e insieme ai guerrieri scimmia, tra i quali c'è il valoroso e fedele Hanumat, costruiscono un ponte che collega l'estremità meridionale dell'India con Laṅkā.
L'esercito affronta l'armata dei demoni, e Rāvaṇa viene ucciso in duello da Rāma, che torna vittorioso nella capitale Ayodhyā, e viene incoronato re.
Rāma, per rispettare il dharma, è costretto a ripudiare Sītā, a causa del sospetto che abbia ceduto alle molestie di Ravana. Per dare prova della sua purezza, Sītā accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme.

I sette kāṇḍa del Rāmāyaṇa

  1. Bālakāṇḍa (बालकाण्ड; "La sezione [di Rāma] giovane")
  2. Ayodhyākāṇḍa (अयोध्याकण्ड; "La sezione di Ayodhyā")
  3. Āraṇyakāṇḍa (आरण्यकाण्ड; "La sezione della foresta")
  4. Kiṣkindhākāṇḍa (किष्किन्धाकाण्ड; "La sezione di Kiṣkindhā")
  5. Sundarakāṇḍa (सुन्दरकाण्ड; "La sezione bella")
  6. Yuddhakāṇḍa (युद्धकाण्ड; "La sezione della battaglia")
  7. Uttarakāṇḍa (उत्तरकाण्ड; "La sezione ulteriore")

Opere derivate

  • Dal 25 gennaio 1987 al 31 luglio 1988 la rete televisiva pubblica hindū Doordarshan ha trasmesso, ogni domenica, ottanta puntate di una riduzione cinematografica dell'opera. La serie, la cui regia è di Rāmānand Sāgar, è stata la più seguita nella storia delle televisioni indiane con una media di ottanta milioni di spettatori. I tradizionalisti hindū hanno per l'occasione incorniciato il video con corone di fiori a mo' di altare per predisporsi in modo corretto alla visione del sacro racconto.

lunedì 5 maggio 2008

Airavata

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Airavata (ऐरावत) è un elefante bianco mitologico che trasporta il dio hindu Indra. Viene chiamato anche 'Ardha-Matanga', che significa "elefante delle nuvole", 'Naga-malla', ovvero "l'elefante combattente" e 'Arkasodara', ovvero "fratello del sole". 'Abharamu' è l'elefantessa moglie di Airavata. Airavata ha quattro zanne e sette proboscidi, ed è di un bianco immacolato. È noto come Airavatam in lingua tamil ed Erawan in lingua thai.

Nelle tradizioni hindu

Secondo il Ramayana, la madre dell'elefante era Iravati. Secondo il Matangalila, Airavata nacque quando Brahma cantò i sacri inni sopra le metà dei gusci d'uovo che Garuda aveva covato, seguito da altri sette maschi e e da otto femmine. Prithu rese Airavata re di tutti gli elefanti. Uno dei suoi nomi significa "colui che tesse le nuvole", dato che secondo il mito sarebbe in grado di produrre le nuvole. Il legame di Airavata con acqua e pioggia è enfatizzato nella mitologia di Indra, che lo cavalca quando sconfigge Vritra. Questo potente elefante immerge la propria proboscide nel mondo sotterraneo, ne succhia l'acqua e la vaporizza creando le nuvole, che poi Indra usa per causare le piogge, unendo così le acque del cielo a quelle del sottosuolo.
Airavata si trova anche all'entrata di Svarga, il palazzo di Indra. Inoltre le otto divinità guardiane che presiedono i punti cardinali della rosa dei venti, siedono ognuna su un elefante, che prende parte alla difesa ed alla protezione della relativa zona. Il loro capo è l'Airavata di Indra. C'è un riferimento ad Airavata nel Bhagavadgita.
A Dharasuram, vicino a Thanjavur, si trova il tempio di Airavatesvara, in cui si crede che Airavata venerasse il Linga. Il tempio, il cui nome significa Linga di Airavata, abbonda di rare sculture ed opere architettoniche e fu costruito da Rajaraja Chola II, sovrano dell'Impero Chola nel sud dell'India tra il 1146 ed il 1173 d.C..

Erawan

Erawan (thai: เอราวัณ) è il nome in thai ed in lao di Airavata. È descritto come un elefante enorme con tre (o a volte 33) teste, spesso raffigurate con più di due proboscidi. Alcune statue mostrano il dio hindu Indra mentre cavalca Erawan. Viene a volte associato al vecchio regno lao di Lan Xang (lett.: un milione di elefanti) ed al defunto Regno del Laos, i cui emblemi reali raffiguravano Erawan, più comunemente noto come "L'elefante a tre teste".



domenica 4 maggio 2008

Casa degli spiriti

Risultati immagini per Casa degli spiriti cambogiana


Una casa degli spiriti (in lingua birmana: oနတ်ကွန်း, traslitterati nat hcai e nat kwann; in lingua thai: ศาลพระภูมิ, traslitterazione RTGS san phra phum; in lingua khmer: rean tevoda o pteah phum; in lingua lao: ຫໍພະພູມ, traslitterato ho pha phum) è un piccolo santuario in miniatura dove, secondo una credenza di origine animista, ha dimora lo spirito che protegge il luogo in cui la casa degli spiriti si trova. Viene di solito costruita nei giardini di pertinenza di case, edifici commerciali, templi ecc. ed è diffusa in Thailandia, Laos, Cambogia e Birmania.

Associazione con il buddhismo

Gli abitanti di questi Paesi sono in grande prevalenza devoti al buddhismo theravada ma conservano alcune delle tradizioni dell'animismo che era praticato prima dell'introduzione del buddhismo; i riti animistici, insieme a quelli del brahmanesimo e dell'induismo, fanno tuttora parte della loro vita quotidiana. In particolare si è ipotizzato che l'associazione di due religioni così diverse come il buddhismo, legato ad aspetti squisitamente spirituali, e l'animismo, che si basa spesso su aspetti materiali, possa appagare i diversi bisogni psicologici che ciascuna delle due religioni soddisfa solo parzialmente e le renda quindi almeno in parte complementari.

Descrizione

La casa degli spiriti ha la forma di una casa o di un tempio, è sorretta da una colonna e può essere riccamente decorata, una spoglia capanna ecc. Viene eretta in un luogo propizio scelto dal bramino che presiede alla cerimonia con cui si invita lo spirito a proteggere l'immobile. Si pensa che lo spirito possa inoltre portare benessere agli abitanti e ai proprietari dell'immobile stesso. In segno di ringraziamento vengono di frequente poste nella casa degli spiriti delle semplici offerte votive, spesso sotto forma di cibo.

Altri tipi di case degli spiriti

Nei complessi di grandi centri commerciali o in spazi pubblici nelle zone centrali di grandi città dei suddetti Paesi si possono trovare case degli spiriti di grandi dimensioni situate su un basamento sopraelevato anziché su una colonna, nelle quali molti fedeli vanno a pregare per ottenere la protezione degli spiriti e portare offerte votive. Oltre che nei maggiori centri abitati, dove sono concentrate le etnie buddhiste di thai, laotiani, cambogiani e birmani, anche negli sperduti villaggi delle minoranze etniche dove si professa esclusivamente l'animismo vi sono case degli spiriti, seppur dislocate, costruite e celebrate in maniera diversa. Anche in Vietnam, dove la fede theravada è quasi inesistente mentre buona parte della popolazione professa il buddhismo mahayana, vengono a volte costruite case degli spiriti, ma sono molto diverse in quanto legate, secondo il culto degli antenati, agli spiriti dei familiari deceduti.