venerdì 16 maggio 2008

Ikiryō

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I termini ikiryō, o shōryō, seirei, ikisudama (生霊, lett. "fantasma vivente", "eidolon"), nelle credenze popolari e nella fiction giapponesi, si riferiscono ad uno spirito che lascia il corpo di una persona vivente e va a perseguitare altre persone o luoghi, a volte a grande distanza. I termini sono usati in contrasto a shiryō, che si riferisce invece allo spirito di un defunto.

Introduzione

Il credo popolare che lo spirito umano (o anima) possa allontanarsi dal corpo ha origini antiche, con testimonianze dirette ed esperienze (infestazioni, possessioni, esperienze extracorporee) riportate in testi aneddotici e di fiction. Si dice che gli spiriti vendicativi (怨霊 onryō) dei vivi possano infliggere maledizioni (祟りtatari) all'oggetto della loro ira vendicativa trasformandosi in ikiryō. Si ritiene che nel caso in cui il perpetratore provi un sufficiente rancore, la sua anima (o parte di questa) lasci il corpo, apparendo alla vittima per maledirla o farle del male, un concetto non tanto dissimile dal malocchio. Si trovano notizie di ikiryō anche nelle scritture Buddhiste, dove sono descritti come "spiriti viventi" che, se fatti infuriare, possono lanciare maledizioni, anche poco prima della loro morte. Si crede inoltre che la possessione sia un altro mezzo con il quale gli ikiryō possono fare del male, con la persona posseduta ignara del processo. Tuttavia, secondo la mitologia, l'ikiryō non agisce necessariamente per astio o vendetta; ci sono infatti racconti di ikiryō che non serbano rancore o non rappresentano una reale minaccia. Tra gli esempi attestati, a volte lo spirito può lasciare il corpo (spesso subito prima della morte) per manifestare la propria presenza ai propri cari, amici e/o conoscenti.

Storia

L'ikiryō, in questo caso denominato ikimitama, fa la sua comparsa in un diario del periodo Muromachi, il Chikanaga kyōki (親長卿記), scritto da Fujiwara no Chikanaga (1419-1497) dopo il suo ritorno alla capitale nel 1470. Il testo narra di una festività shintoista chiamata ikimitama no matsuri, dedicata alla venerazione degli spiriti viventi. La cerimonia, secondo il diario, è svolta da uno dei figli dell'Imperatore nel ventunesimo giorno del settimo mese del 1476, anno ottavo dell'era Bunmei (1469-1487). Nella sua opera del 1702 Nenzan kibun (年山紀聞) Andō Tameaki si riferisce a questo passaggio del diario, scrivendo che si deve trattare di una cerimonia dedicata alla venerazione degli ikimitama dei genitori, fratelli e sorelle maggiori del figlio dell'Imperatore, tutti in vita. Scrive inoltre che la cerimonia ha origini più antiche dell'era Bunmei, e affonda le proprie radici nella venerazione degli spiriti dei defunti, gli stessi venerati in occorrenza dell'Obon.
Sempre in riferimento alla stessa cerimonia, Washio Takayasu racconta nel proprio diario Nisuiki (二水記) che una celebrazione fu svolta dai principi Imperiali e da dignitari di corte nel 1517, anno quattordicesimo dell'era Eishō (1504-1520), scegliendo un giorno di buon auspicio dall'ottavo al tredicesimo del settimo mese. Tanikawa Kotosuga (1706-1796) in un passaggio della sua opera Wakun no shiori (和詩栞) indica come ulteriore riferimento il Shiki monogatari (四季物語, "Racconti delle quattro stagioni"), scritto nel XII secolo dal famoso Kamo Chōmei, nel quale si parlerebbe della stessa cerimonia nel settimo mese, descrivendola come una delle più importanti festività dedicate agli spiriti e alle offerte a loro dedicate (tamamatsuri), anche più importante di quelle di fine anno. Tanikawa inoltre aggiunge che la festività ikimitama-e del proprio periodo (il XVIII secolo) deriva direttamente da quella descritta da Kamo Chōmei, e che in origine il cibo dato in offerta alle anime dei propri genitori in vita prendeva il nome di ikimitama. È interessante notare che l'unica differenza tra il nome della festività e quello del cibo offerto è nella scrittura, composta da kanji (gli ideogrammi giapponesi) diversi, rispettivamente 生霊 e 生見玉 o 生身玉. Nel Kokushi daijiten (國史大辭典), un'enciclopedia della storia giapponese scritta nel 1908, si citano queste tre grafie più una quarta (生御靈). L'autore della voce scrive anche che il rituale si basa sulle scritture del sūtra buddhista Avalambana o Ullambana, ha origini incerte ma risale a tempi più antichi in cui veniva celebrato dal popolo, e solo in seguito dalla corte.
Nel diario del XV secolo Chikamoto nikki (親元日記) compare per la prima volta come festival della classe militare nel settimo mese degli anni 1465, 1473 e 1481, mentre lo troviamo a corte prima nel 1476 grazie al diario Chikanaga kyōki citato in precedenza, quindi nel 1495, di nuovo citato in un diario.
Il rito, inizialmente svolto dal popolo che faceva visita al luogo in cui era celebrato, si trasforma in seguito in un ricevimento su invito. Nel giorno designato, le dame vestite di seta sottile ricevono una coppa di vino, e successivamente gli uomini vengono chiamati a svolgere la cerimonia con sei o sette coppe di vino. Da altre testimonianze si ricava che la cerimonia variava a seconda delle corti e dei palazzi in cui era svolta, e che solitamente includeva un banchetto e diversi doni.
Nel sūtra buddhista Avalambana si trovano le radici della cerimonia: è scritto infatti come Buddha ordini che nel settimo mese cibo e bevande gli debbano essere offerte dai figli per il bene dei propri genitori, per assicurare loro la rinascita in un paradiso di felicità perfetta. Passando attraverso il culto degli antenati, molto forte in Giappone, questa scrittura è poi stata reinterpretata come offerta agli spiriti degli stessi genitori ancora in vita, e spiega i doni e il banchetto presenti nel rito.

Letteratura classica

Nella letteratura classica, nel Genji monogatari (ca. 1000-1010) si narra di un noto episodio di ikisudama (la lettura più arcaica del termine ikiryō) che emerge dall'amante di Genji, la Dama Rokujō, e tormenta la moglie incinta di Genji Aoi no Ue, causandone la morte per parto. Questo spirito è anche ritratto in Aoi no Ue, l'opera di teatro Nō che narra la stessa trama. Dopo la sua morte, la Dama Rokujō diventa un onryō e continua a tormentare le successive consorti di Genji, Murasaki e Onna-sannomiya.
Nel periodo Heian, un'anima umana che lascia un corpo e se ne allontana è descritta dal verbo classico akugaru, che significa allontanarsi. Nel Genji monogatari, il turbato Kashiwagi teme che la sua anima possa vagare (akugaru), e richiede che alcuni rituali siano eseguiti sul suo corpo per fermare questo processo nel caso in cui si verificasse.
Si ipotizza che la prima comparsa dell'ikisudama della dama Rokujō sia nel capitolo intitolato a Yūgao, fiamma del principe Genji che attira il rancore dell'altra dama sua amante. Durante l'unica notte che Yūgao e Genji passano insieme, la donna comincia a stare male e muore quasi subito dopo senza nessun motivo apparente, scatenando in Genji l'ansia che essa sia stata posseduta da uno spirito malvagio.
In seguito la dama Rokujō, continuamente trascurata da Genji, viene umiliata pubblicamente durante una parata dai servitori di un'altra dama, la sposa di Genji Aoi, a cui è intitolato il capitolo. Questo evento scatena nuovamente il suo ikiryō (contro la sua stessa volontà), che tormenterà e ucciderà Aoi durante il parto. Gli attacchi di cui soffre Aoi sono riconosciuti come opera di uno spirito vivente appartenente a Rokujō dopo che questa parla attraverso Aoi, esprimendosi con una voce che non le appartiene. Rokujō nel frattempo sogna di percuotere una donna e si rende conto con orrore del delitto commesso.
L'antologia medievale Konjaku monogatarishū contiene la storia breve di "Racconto di un ikisudama della Provincia di Afumi, che venne nella capitale e uccise un uomo". Nell'episodio, un cittadino comune incontra una nobildonna e le fa da guida fino alla casa di un Vice Ministro degli Affari Pubblici (民部大夫 Minbu-no-taifū) nella capitale. La guida ignora che sta conducendo l'ikiryō di una donna al marito che l'ha trascurata. Arrivati alla casa la dama scompare, nonostante i cancelli siano chiusi. Dall'interno della dimora provengono urla e lamenti. La mattina seguente la guida viene a sapere che il padrone di casa si era lamentato del fatto che l'ikiryō della moglie fosse presente e gli causasse malattia, ed era morto poco dopo. La guida in seguito va alla ricerca della casa della dama nella provincia di Afumi, anche chiamata Ōmi. Lì la donna parla al protagonista attraverso un paravento, riconoscendogli i servigi del giorno prima e dandogli grandi quantità di seta in dono.
L'ikiryō può anche possedere l'oggetto della sua infatuazione, quindi non un suo rivale o nemico. In "Lo spirito Matsutōya", un racconto che è riportato come tratto da eventi realmente accaduti durante l'anno 14 o 15 dell'era Kyōhō (1729-1730), un mercante di Kyōto di nome Matsutōya Tokubei (松任屋徳兵衛) ha un figlio adolescente di nome Matsunosuke posseduto dagli spiriti di due donne che lo amano, e che gli tormentano la coscienza. A volte lo si trova sospeso a mezz'aria, mentre conversa come se le due ragazze fossero lì presenti, le parole dei due ikiryō pronunciate da lui stesso. Alla fine la famiglia cerca aiuto da Zōkai, un rinomato sacerdote. Il sacerdote riesce in seguito a succedere nell'esorcismo e cura la condizione del ragazzo, ma ormai le voci a riguardo si sono diffuse.
La raccolta di racconti horror kaidan Sorori Monogatari (曾呂利物語) (pubblicata nel terzo anno dell'era Kanbun, o 1663) include la storia di una donna il cui ikiryō assume la forma della propria testa tagliata, un tipo di yōkai conosciuto anche come nukekubi. Una notte, un uomo che viaggia verso Kyōto arriva ad un luogo di nome Sawaya a Kita-no-shō nella provincia di Echizen (ora Fukui), dove pensa per errore di aver visto una gallina volare dalla base di una torre di pietra nelle vicinanze fin sulla strada. La gallina immaginata è in realtà (o si è trasformata in) una vivace testa mozzata di donna. Quando la testa gli sorride, lui la attacca con una spada, e la insegue fino ad una dimora nella capitale della provincia. Dentro la casa, la casalinga si sveglia da un incubo in cui era inseguita da un uomo che brandiva una spada. La testa vagante rappresenta, secondo il titolo del racconto, i mōnen (妄念) della donna, ovvero i suoi pensieri ribelli e le sue ossessioni. La donna in seguito si fa monaca per scontare i propri peccati. Il titolo della storia è "Storia di mōnen di una donna che si perdono e vagano" (女のまうねんまよひありく事).

Leggende del folklore

Spiriti regionali di persone prossime alla morte

Avvistamenti di ikiryō appartenenti a coloro la cui morte è imminente sono attestati in tutto il Giappone. Sono molte le storie di spiriti che si materializzano (o manifestano la loro presenza in altri modi) ai propri cari, come per esempio i famigliari più stretti. Coloro che ricevono la visita hanno una premonizione metafisica della morte della persona in questione, prima che arrivino notizie concrete del suo decesso.
Molti dei termini locali per definire gli ikiryō sono stati raccolti da Kunio Yanagita e dalla sua scuola di folklore. Tra questi, i termini tobi-damashi o omokage, shininbō sono usati nella Prefettura di Ishikawa in casi isolati, ma non sono utilizzati frequentemente in altre zone.
Nella tradizione del Distretto di Nishitsugaru della Prefettura di Aomori, le anime delle persone prossime alla morte sono chiamate amabito, e si crede che si allontanino dal corpo e vaghino, a volte producendo un suono simile ad una porta che si apre.
Secondo Yanagita, tobi-damashi (飛びだまし) è il termine equivalente usato nel Distretto di Senboku, nella Prefettura di Akita. Yanagita definisce il termine come l'abilità posseduta da certi individui di attraversare il mondo sotto forma di ikiryō. Si afferma che tali individui abbiano il controllo volontario di questa loro abilità, diversamente da coloro che sono in grado di prendere questa forma solo vicino alla morte.
Nel Distretto di Kazuno nella Prefettura di Akita, un'anima che fa visita alle proprie conoscenze è chiamata omokage (面影), ovvero "reminiscenza, traccia", e assume la forma di un essere umano in vita, nel senso che ha piedi e produce un rumore di passi, diversamente dall'immagine tradizionale del fantasma in Giappone, che è senza gambe e piedi.
Yanagita in Tōno monogatari shūi scrive che nella regione di Tōno nella Prefettura di Iwate "i pensieri dei morti o dei vivi si fondono in una forma che cammina, e appare all'occhio umano come un'illusione che in questa regione è chiamata omaku." Un esempio di questa credenza è quello che racconta di un'attraente ragazza di 16 o 17 anni, gravemente malata di "male da freddo" (傷寒 shōkan, probabilmente febbre tifoide). La ragazza viene vista vagare nel cantiere di ricostruzione del tempio Kōganji a Tsujibuchi nei giorni precedenti la sua morte.
Nel Distretto di Kashima a Ishikawa nella Penisola di Noto, un folklorista ha attestato il credo negli shininbō (死人坊), che si dice appaiano due o tre giorni prima della morte di qualcuno, il quale viene avvistato mentre va a visitare il danna-dera (il tempio di famiglia, anche detto bodaiji). Si crede che il tempio sia il luogo di riposo definitivo dello spirito, il quale vi trova il suo posto tra gli antenati.

Anime sotto forma di fiammelle

Ci sono casi in cui l'ikiryō appare come un'anima sotto forma di fiammella fluttuante, una sorta di fuoco fatuo (o luce atmosferica fantasma) conosciuto in Giappone come hitodama o hidama. Tuttavia, non è inusuale associare questo tipo di fiamma all'anima di una persona vicina alla morte, visto il concetto tradizionale per cui l'anima si allontana dal corpo per un breve periodo (solitamente di qualche giorno) prima o dopo la morte. Di conseguenza, le fiammelle pre-morte nelle opere che trattano di fantasmi potrebbero non essere classificate come casi di ikiryō , ma associate al fenomeno degli hitodama. Lo studioso di folklore Ensuke Konno descrive casi di oggetti di colore giallastro iridescente simili a palloncini che fluttuano, presentandoli come presagi di morte. I residenti di Aomori nel Distretto di Shimokita chiamano questi fenomeni tamashi (タマシ), "anime", lo stesso termine di uso comune da parte della popolazione locale della frazione di Komena, nel comune di Ōhata. Si dice che un bambino sia morto in ospedale a causa delle ferite sostenute in una caduta da un ponte in bicicletta il 2 Aprile 1963 dopo aver visto una di queste luci mentre si dirigeva verso il Monte Osore.
Un caso di hitodama considerato da un folklorista come appartenente al discorso sugli ikiryō si trova nel Tōno monogatari e ricorda da vicino il racconto della testa di donna dal Sorori monogatari menzionato in precedenza, in quanto l'individuo che ha assistito all'apparizione dell'anima l'ha seguita senza sosta fino a trovare il proprietario dell'anima, il quale ha poi affermato di aver vissuto l'intero avvenimento in sogno. L'individuo lavorava all'ufficio comunale di Tōno, e una notte riferì di aver visto un hidama emergere da una stalla e "svolazzare" all'interno dell'entrata all'edificio. Dichiarò di averlo inseguito con una scopa, e averlo intrappolato sotto un lavandino. Poco dopo fu chiamato di fretta a visitare lo zio in punto di morte, ma si assicurò prima di liberare la palla di fuoco. Venne presto a sapere che suo zio era appena morto, ma questo tornò in vita brevemente per accusarlo di averlo inseguito con una scopa e catturato. Allo stesso modo, gli archivi folkloristici di Umedoi, nella Prefettura di Mie (ora parte di Inabe), riportano l'episodio di un gruppo di uomini che, a notte fonda, videro e inseguirono una palla di fuoco fino ad un magazzino di sake, svegliando una domestica che dormiva all'interno. Questa più tardi dichiarò di "essere stata inseguita da tanti uomini ed essere fuggita" per trovare riparo nel magazzino.

Ikiryō come malattia

Durante il periodo Edo vi era la credenza in una condizione detta rikonbyō (離魂病), "malattia da separazione dell'anima", per la quale l'anima non solo si separa dal corpo, ma assume la forma e apparenza di chi ne soffre. La condizione era anche conosciuta come "malattia dell'ombra" (影の病, kage no yamai, scritto anche カゲノワズライ, kage-no-wazurai).
Questa malattia è trattata come caso di ikiryō da Konno nel suo capitolo sull'argomento. L'esempio è quello di Yūji Kita, perseguitato dal kage no yamai per tre generazioni in successione, episodio riportato nelle Ōshu banashi (奥州波奈志, Storie dell'estremo nord) di Tadano Makuzu.
Il sosia identico potrebbe essere visto da chi soffre della malattia o da altri, ed essere classificato come un fenomeno di doppelgänger. Altri hanno riferito esperienze extra-corporee nelle quali la loro coscienza abita l'ikiryō in modo che essi vedano il proprio corpo senza vita.

Attività o fenomeni simili

L'ushi no koku mairi (丑の刻参り) ovvero "visita nell'ora del bue" è un rituale per cui chi pianta un chiodo in un albero sacro nell'ora del bue (dall'una alle tre di notte) diventa un oni, e con i poteri acquisiti scaglia maledizioni e sfortune sul proprio rivale. Nonostante gli ikiryō siano generalmente spiriti di umani che lasciano il corpo inconsciamente, anche azioni quali lo svolgimento di rituali magici e il tormento intenzionale di un obbiettivo possono essere interpretati come forme di ikiryō. Allo stesso modo, nella Prefettura di Okinawa, svolgere un rituale magico con l'intenzione di diventare ikiryō è definito ichijama.



giovedì 15 maggio 2008

Assedio di Edo

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Nell'assedio di Edo del 1524, conosciuto anche come Battaglia di Takanawahara (高輪原の戦い), gli Hōjō, guidati da Hōjō Ujitsuna, misero sotto assedio il castello di Edo, che era controllato da Uesugi Tomooki. Anche se Edo è diventata la metropoli di Tokyo, al tempo era un'insignificante villaggio di pescatori nella regione del Kantō.
Con l'intento di respingere gli assedianti, Uesugi Tomooki guidò i suoi guerrieri fuori del castello per scontrarsi con gli Hōjō lungo il fiume Takanawa. Tuttavia Ujitsuna riuscì a raggirare le truppe Uesugi ed attaccarli da dietro. Ritirandosi indietro nel castello, Tomooki scoprì che il comandante della guarnigione, Ōta Suketaka, l'aveva tradito ed aveva aperto i cancelli agli Hōjō.
Questa battaglia segnò l'inizio di una guerra lunga sette anni tra i clan Hōjō Uesugi per il dominio sul Kantō.

mercoledì 14 maggio 2008

Huitzilopochtli

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Huitzilopochtli, scritto anche Uitzilopochtli ("colibrì del sud" o "colui che viene dal sud"), secondo la mitologia azteca era il dio della guerra e del sole, protettore della città di Tenochtitlán, sulle cui rovine sorge oggi Città del Messico. Sua madre era Coatlicue, che secondo una versione del mito rimase incinta poggiando in grembo una sfera piumata caduta dal cielo (secondo altre leggende, il padre era invece Mixcoatl). Secondo alcuni avrebbe avuto una sorella, Malinalxochi. Il suo messaggero era Paynal.
La figlia di Coatlicue, Coyolxauhqui, la uccise perché rimasta incinta in modo 'disdicevole' (a causa di una sfera piumata). Il feto, Huitzilopochtli, uscì dal suo ventre ed uccise Coyolxauhqui, oltre a molti altri fratelli e sorelle. Poi lanciò la testa di Coyolxauhqui nel cielo e questa si trasformò nella Luna, in modo che la madre potesse avere il conforto di vederla nel cielo ogni sera.
Nelle rappresentazioni artistiche viene raffigurato come un colibrì, oppure con le piume dello stesso uccello che adornano la testa e la gamba sinistra, la faccia dipinta di nero ed un serpente ed uno specchio in ambedue le mani.
Gli aztechi usavano fare un impasto simile al pane con i semi di papavero e lo modellavano a immagine del dio Huitzilopochtili e lo davano da mangiare ai sacrificanti allo scopo di assimilarne i poteri.
Questa divinità è menzionata da Giosuè Carducci nell'ode Miramar dove è presente il concetto della nemesi storica.
Viene citato anche da Lovecraft nel racconto "La scomparsa di Juan Romero", quando in preda ad una crisi mistica lo stesso Romero inizia ad urlare in una lingua oscura. L'unica parola che il protagonista riesce a riconoscere è proprio Huitzilopochtili.

martedì 13 maggio 2008

Jiben quanfa

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Jiben quanfa (基本拳法, fondamentali dei metodi dei pugni) è un termine delle arti marziali cinesi che sta ad indicare tutti i possibili modi di utilizzo dei pugni, cioè le tecniche.

Alcuni elenchi

Nei testi di Wushu vengono elencate le seguenti:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1横拳
Hengquan
Pugno orizzontale
2钉拳
Dingquan
Pugno chiodo
3插拳
Chaquan
Pugno che spinge con forza
4圈拳
Quanquan
Pugno circolare
5扫拳
Saoquan
Pugno che spazza
6抛拳
Paoquan
Pugno lanciato
7盖拳
Gaiquan
Pugno nascosto
8撞拳
Zhuangquan
Pugno che urta contro
9钻拳
Zuanquan
Pugno che perfora
10斩拳
Zhanquan
Pugno che spacca
11搠拳
Shuoquan
Pugno che imbratta
12截拳
Jiequan
Pugno che intercetta
13假拳
Jiaquan
Pugno falso
14正拳
Zhengquan
Pugno dritto
15冲拳
Chongquan
Pugno battente
16砸拳
Zaquan
Pugno che colpisce violentemente
17劈拳
Piquan
Pugno fendente
18崩拳
Bengquan
Pugno esplosivo
19炮拳
Paoquan
Pugno cannone
ecc
ecc
ecc



Questo è l'elenco, deducibile dall’Enciclopedia del Kungfu Shaolin, dei Jiben Quanfa della Scuola Chang:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1正拳
Zhengquan
Pugno dritto
2立拳
Liquan
Pugno verticale
3仰拳
Yangquan
Pugno rivolto verso l'alto
4崩拳
Bengquan
Pugno che si schianta
5栽拳
Zaiquan
Pugno che cade a terra



Questo è invece un elenco dei Quanfa dello Zhoujiaquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1穿拳
Chuanquan
Pugno penetrante
2辊捶
Gunchui
Colpo che ruota
3兜捶
Douchui
Colpo che avvolge
4鞭捶
Bianchui
Colpo frustato
5下擘拳
Xiaboquan
Pugno che colpisce basso
6挂捶
Guachui
Colpo che rimane impigliato



Questi i Quanfa del Chaquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
1立拳
Liquan
Pugno verticale
2平拳
Pingquan
Pugno orizzontale
3斜拳
Xiequan
Pugno inclinato



Zheng Chen riporta cinque Tecniche di Pugno (拳法, 拳法, quánfǎ, ch'uan fa) nel Taijiquan:
IDEOGRAMMI
Nome in Pinyin
Nome in italiano
tipologie di tecniche che rientrano sotto questo nome
1直拳
Zhiquan
Pugno diretto
  • Pugno che urta con violenza (冲拳, 冲拳, chōngquán, chong ch'uan);
  • Colpo con la mano nascosta (掩手捶, 掩手捶, yǎnshǒuchuí, yan shou chui);
  • Colpire in tirare una freccia alla tigre (彎弓射虎捶, 弯弓射虎捶, wāngōngshèhǔchuí, wan kung she hu chui)
2摆拳
Baiquan
Pugno montante
  • Colpo circolare (圈捶, 圈捶, quānchuí, chuan chui);
  • Colpo che si basa sul gomito (肘底捶, 肘底捶, zhǒudǐchuí, chou ti chui)
3勾拳
Gouquan
Gancio
  • Colpo che impedisce di essere spostato (搬攔捶, 搬拦捶, bānlánchuí, pan lan chui );
  • Girarsi e guardare il quadro (回头看画, 回头看画, huítóukànhuà, hui tou kan hua)
4劈拳
Piquan
Pugno ad ascia
  • Colpo che batte sollevandosi (吊打捶, 吊打捶, diàodǎchuí, tiao ta chui);
  • Colpo ad ascia ruotando il corpo afferrando e tenendo (擒拿轉身劈捶, 擒拿转身劈捶, qínnázhuǎnshēnpīchuí, chin na chuan shen pi chui);
  • Pugno ad ascia dell'attendente di Buddha (金刚劈拳, 金刚劈拳, jīngāngpīquán, chin kang pi ch'uan)
5鞭拳
Bianquan
Pugno Frustato
  • Pugno orizzontale (橫拳, 横拳, héngquán, heng ch'uan);
  • Grappola di colpi (串捶, 串捶, chuànchuí, chuan chui)




lunedì 12 maggio 2008

Xiahou Yuan

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Xiahou Yuan (... – 219) è stato un ufficiale cinese, cugino più giovane di Xiahou Dun, sotto il signore della guerra Cao Cao durante la tarda era della Dinastia Han e dei Tre Regni della Cina..
Era a capo di una delle due ali del suo neonato esercito del regno Wei ed era noto per i suoi fulminei attacchi, che gli fecero vincere molte battaglie, tra cui quella vittoriosa contro Ma Chao.
Tuttavia, nella battaglia del monte Dingjun fu sconfitto da un generale del Regno di Shu e ucciso da Huang Zhong.

domenica 11 maggio 2008

Dào'ān

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Dào'ān (道安, Wade-Giles: Tao-an; giapponese: Dōan; Hebei, 312 – Chang'an, 385) è stato un monaco buddhista e traduttore cinese.
Fu un monaco buddhista cinese e traduttore di testi dal sanscrito al cinese. Maestro di Huìyuan (慧遠, 334-416), il fondatore del monastero di Dōnglín (東林) sul Monte Lú (廬山).
Dào'ān nacque in una famiglia confuciana e, nonostante questo, entrò in un monastero buddhista all'età di dodici anni.
Nel 335 si trasferì a Yè (, oggi Linzhang, provincia di Hebei), capitale della dinastia Zhao Posteriori studiando sotto la guida di Fótúchéng (佛圖澄, giapp. Buttochō, nome di origine forse Buddhasiṁha) il monaco-taumaturgo, di origine kushan, probabilmente di scuola sarvāstivāda, consigliere, tra gli altri, dell'imperatore Shí Hǔ (石虎, anche Taì Zǔ, 太祖, della dinastia degli Zhao Posteriori di etnia Jié, regno: 333-49).
Alla morte di Shí Hǔ, Dào'ān lasciò Yè avviandosi verso la vita di monaco itinerante lungo tutta la Cina settentrionale fino al 365, quando le guerre civili lo costrinsero a spostarsi verso Sud, a Xiangyang (oggi Xiangfan, provincia di Hubei), dove raccolse intorno a sé dei discepoli con cui praticò la venerazione nei confronti del buddha del futuro, Maitreya (彌勒, Mílè), e la pratica del dhyāna così come indicata dalle scuole hīnayāna, soprattutto sarvāstivāda, insegnamenti già trasferiti dal monaco persiano Ān Shìgāo.
A Xiangyang Dào'ān mutò progressivamente i suoi interessi verso la letteratura canonica mahāyāna dei prajñāpāramitāsūtra dedicandogli ben sei commentari. In particolar modo si interessò al Pañcaviṃśati-sāhasrikā-prajñā-pāramitāsūtra (光讚般若波羅蜜經, pinyin: Guāngzàn bānruò bōluómì jīng, Sutra perfezione della saggezza in venticinquemila stanze).
Sempre a Xiangyang, Dào'ān compilò, nel 374, il primo trattato cinese sulla letteratura buddhista giunta fino a quel momento in Cina, lo Zōnglǐzhòngjīng mùlù (綜理衆經目錄, Catalogo delle scritture, conosciuto più diffusamente come 安錄 Anlu, T.D. 2149.55.251a2) esaminando più di seicento opere e producendo per ognuna di queste delle sintesi.
Quando l'imperatore Fú Jiān (苻堅, conosciuto anche come 世祖, Shì Zǔ, regno: 357-385) della dinastia Qin Anteriori (di etnia Di ) occupò Xiangyang, nel 379, Dào'ān si trasferì a Chang'an che grazie proprio a Fú Jiān tornò presto ad essere un crocevia internazionale e centro della comunità centro asiatica (soprattutto kashmira) di monaci sarvāstivāda.
Pur non conoscendo direttamente il sanscrito, Dào'ān supervisionò la comunità di monaci-traduttori che avviarono la traduzione dell'Abhidharma Jñānaprasthāna śāstra (阿毘達磨發智論, pinyin: Āpídámó fāzhì lùn, testo centrale dell'Abhidharma sarvāstivāda), del Daśa-bhāṇavāra-vinaya (十誦律, pinyin: Shísòng lǜ, Dieci suddivisioni delle regole monastiche, vinaya della scuola sarvāstivāda) e del Mādhyamāgama (中阿含經 Zhōng āhán jīng, giapp. Chū agonkyō, agama della scuola sarvāstivāda), redigendone la prefazione.
Dào'ān morì nel 385 a Chang'an, dopo aver preparato una comunità monastica di traduttori pronta ad accogliere Kumārajīva.

sabato 10 maggio 2008

Kuroda Kiyotaka

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Il duca Kuroda Kiyotaka (黑田 清隆), noto anche come Kuroda Ryōsuke (黑田 了介), (Kagoshima, 16 ottobre 1840 – 23 agosto 1900) è stato un politico giapponese.
Fu primo Ministro del Giappone dal 30 aprile 1888 al 25 ottobre 1889.
Kuroda nacque a Kagoshima nel dominio di Satsuma nella regione del Kyūshū, che in seguito si sarebbe trasformata nella odierna Prefettura di Kagoshima.
Divenne samurai al servizio del daimyo Shimazu. Nel 1862 Koruda fu coinvolto nell'incidente di Namamugi, nel quale dei servitori del daimyo di Satsuma uccisero un mercante di nazionalità britannica che si era rifiutato di inginocchiarsi al passaggio del loro signore. Questo episodio portò alla guerra Anglo-Satsuma del 1863 al quale partecipò lo stesso Kuroda. Immediatamente dopo la fine del conflitto Kuroda si trasferì a Edo dove si dedicò allo studio della balistica.
Al suo ritorno a Satsuma egli fu un convinto sostenitore dell'alleanza Satsuma-Chōshū per il rovesciamento dello Shogunato Tokugawa. In seguito divenuto un leader militare durante la Guerra Boshin divenne noto per aver risparmiato la vita all'ammiraglio giapponese Enomoto Takeaki, fedele allo shogun Tokugawa Yoshinobu e che lo aveva affrontato nella battaglia di Hakodate.

La carriera politica e diplomatica

Nel 1870 Koruda divenne un diplomatico e in questa veste venne inviato a Karafuto dove fu apprezzato sia dai suoi compatrioti che dai russi. Vivamente preoccupato per la spinta espansionistica russa verso oriente, Kuroda fece ritorno a Tokyo dove raccomandò caldamente il rafforzamento della frontiera settentrionale. Nel 1871 compì un viaggio prima in Europa e poi negli Stati Uniti per un periodo di cinque mesi, facendo poi ritorno in Giappone nel 1872 dove venne inviato a sovrintendere al rafforzamento della colonia dell'isola di Hokkaidō.
Nel 1874 venne nominato capo dell'Ufficio della Colonizzazione di Hokkaidō e organizzò uno schema di colonizzazione dell'isola basato sull'utilizzo di samurai e di soldati in congedo che fungessero sia come coloni che come milizia locale. In questo stesso periodo venne promosso al grado di tenente colonnello nell'esercito imperiale giapponese.
Nel 1875 venne inviato in Corea come diplomatico e governatore di Hokkaidō e nel 1876 partecipò in tale veste al Trattato di Kanghwa con il quale la Corea cessava di essere un vassallo commerciale della Cina aprendo le proprie frontiere al commercio con il Giappone.
Nel 1877 Kuroda fu inviato come ufficiale per la soppressione della Rivolta di Satsuma.
Nel 1878 divenne leader del dominio Shazuma che segiì l'assassinio del leader politico Okubo Toshimichi.
Nel 1887 venne nominato Ministro dell'Agricoltura.

La carica di Primo Ministro

Kuroda divenne il secondo Primo Ministro della storia del Giappone dopo l'incarico di Hirobumi Ito, e durante la sua carica presenziò la promulgazione della Costituzione Meiji, tuttavia, nonostante questo grande successo politico, l'incapacità di far revisionare le clausole sfavorevoli al Giappone nei vari trattati internazionali suscitarono una forte avversione alla sua figura politica. Dopo l'ennesimo insuccesso internazionale da parte del suo Ministro per gli Esteri Okuma Shigenobu nel 1889, Kuroda fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Nel 1892 venne nominato Ministro delle Comunicazioni nel secondo gabinetto Itō e nel 1895 venne eletto genrō ovvero padre fondatore del Giappone moderno.
Morì nel 1900 di una emorragia cerebrale.

venerdì 9 maggio 2008

Kitabatake Tomonori

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Kitabatake Tomonori (北畠具教; 1528 – 1576) fu un daimyō giapponese del periodo Sengoku appartenente al clan Kitabatake.

Biografia

Tomonori era figlio di Kitabatake Harutomo (morto 1563) e governava dal castello di Anotsu. Si trovò di fronte a conflitti all'interno del proprio dominio e fu costretto a frenare un'invasione del clan Miyoshi nel 1566. Dovette successivamente affrontare una rivolta interna e Oda Nobunaga invase la provincia di Ise per pacificarla alla fine del 1569. Durante tali eventi suo fratello minore Kotsukuri Tomomasa tradì e si accordò segretamente con Nobunaga. Successivamente Tomonori fu costretto a siglare un accordo di pace con il clan Oda e dovette adottare il figlio di Nobunaga (Oda Nobuo) come erede.
Divenne successivamente monaco e morì nell'undicesimo mese del 1576, probabilmente assassinato dai suoi servitori.

giovedì 8 maggio 2008

Tetsuji Murakami

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Tetsuji Murakami (Shizuoka, 31 marzo 1927 – Parigi, 24 gennaio 1987) è stato un karateka giapponese.
È stato il primo maestro giapponese di karate venuto a insegnare in Italia negli anni '50, sotto invito del Maestro Wladimiro Malatesti.
Inizia la pratica delle arti marziali con il kendo (obbligatorio nelle scuole) e nel 1946, all'età di 19 anni, inizia la pratica del karate, stile shotokan, sotto la guida del Maestro Masaji Yamaguchi (alunno del Maestro Funakoshi), con il quale studia pure il kendo, aikido e un po' di iaido.
Nel 1957, invitato dal Maestro Henry Plée si trasferisce in Francia, a Parigi. Gradualmente inizia a insegnare anche all'estero e in particolare in Germania, Inghilterra, Italia, Jugoslavia, Portogallo, Svizzera e Algeria.
Nel 1968 al suo rientro in Giappone, dopo quasi 10 anni passati in Europa, conosce il Maestro Shigeru Egami e rimane affascinato dallo stile di cui quest'ultimo è il caposcuola: lo Shotokai. Decide di passare allo Shotokai e diviene responsabile per l'Europa, sotto incarico dello stesso Maestro Egami.

mercoledì 7 maggio 2008

Viṣṇu

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Viṣṇu (devanāgarī: विष्णु; adattato in Vishnu, in italiano anche Visnù) è una divinità maschile vedica che nei secoli appena precedenti la nostra era assorbì altre figure divine come Puruṣa, Prajāpati, Nārāyaṇa e Kṛṣṇa acquisendo nel periodo epico del Mahābhārata la figura divina protettrice del mondo e del Dharma e, nella letteratura religiosa post-epica, la volontà di intervenire per proteggere i suoi devoti. Assorbendo l'antico culto di Vasudeva divenne il culto principale dell'Induismo che va sotto il nome di Viṣṇuismo o Vaiṣṇavismo (dall'aggettivo sanscrito vaiṣṇavá, "devoto a Viṣṇu").

Origine e sviluppo del culto di Viṣṇu nelle religioni vedica e brahmanica

Viṣṇu è un deva poco menzionato nel più antico dei Veda, il Ṛgveda, ciononostante tale divinità fu considerata fin dall'inizio più importante di quanto non appaia.
Nel Ṛgveda Viṣṇu è il deva che compie i tre passi per delimitare l'intero universo dove si collocano tutti gli esseri:
(SA)
«viṣṇornu kaṃ vīryāṇi pra vocaṃ yaḥ pārthivāni vimamerajāṃsi yo askabhāyaduttaraṃ sadhasthaṃ vicakramāṇastredhorughāyaḥ pra tad viṣṇu stavate vīryeṇa mṛgho na bhīmaḥ kucaro ghiriṣṭhāḥ yasyoruṣu triṣu vikramaṇeṣvadhikṣiyanti bhuvanāni viśvā pra viṣṇave śūṣametu manma ghirikṣita urughāyāya vṛṣṇe ya idaṃ dīrghaṃ prayataṃ sadhasthameko vimame tribhirit padebhiḥ»
(IT)
«Io celebro le gesta eroiche di Viṣṇu , che misurò le regioni terrene e ha reso stabile la regione di sopra compiendo lui, dal vasto incedere, tre passi. Per questa impresa eroica Viṣṇu è lodato, lui che abita sulla montagna come una bestia selvaggia, aggirandosi ovunque, nei suoi tre grandi passi abitano tutti gli esseri, che la mia invocazione possa raggiungere Viṣṇu il toro che abita la montagna e che da solo ha misurato con i tre passi queste ampie sfere»
(Ṛgveda, I,154,1-3)
Tale caratteristica risiede anche nel suo nome, Viṣṇu, che indica la "pervasività". Il passo più alto di Viṣṇu è nel cielo, luogo non comprensibile da ciò che è mortale. La sua natura celestiale, e quindi non mondana, è resa dal caratteristico colore della pelle azzurro intenso con cui, successivamente, questa divinità verrà raffigurata e che indica lo spazio etereo.
Nei Brāhmaṇa con Viṣṇu si indica lo stesso sacrificio e nel Śatapatha Brāhmaṇa viene descritto il rito del viṣṇukramá (Il passo di Viṣṇu).
(SA)
«atha viṣṇukramān kramate devānvā eṣa prīṇāti yo yajata [...] sa devānprītvā teṣvapitvī bhavati teṣvapitvī bhūtvā tānevābhiprakrāmati [...] lokastadevamimāṃl lokāntsamāruhyāthaitāṃ gatimetāṃ pratiṣṭhāṃ gacati parastāttvevārvāṅ krameta [...] iṣa etadapasaraṇata evāgre jayañjayati divamevāgre 'thedamantarikṣamatheto 'napasaraṇātsapatnānnudata »
(IT)
«Si compiono dunque i passi di Viṣṇu chi offre i sacrifici gratifica i Deva con questo sacrificio [...] avendo gratificato i Deva con tale sacrificio puà accompagnarsi con loro, accettato alla loro presenza procede a raggiungerli [...] si innalza a questo modo fino ai mondi dei Deva e vi risiede trovandovi uno stabile posto, ma poi necessita di ridiscendere per ritornare [...] in questo modo inizialmente conquista il cielo in modo vittorioso ma lascia aperta l'uscita, poi allo stesso modo per l'aria, e per ultimo non lasciando alcuna apertura per uscire quaggiù egli rigetta finalmente i suoi nemici»
(Śatapatha Brāhmaṇa, I,9,3, 8-10)
Tre passi deve fare infatti l'adhvaryu tra lo spazio della vedi e lo āhavanīya per compiere lo yajña vedico, così come fece Viṣṇu quando generò lo "spazio" cosmico.
Viṣṇu è quindi localizzato nello stesso palo collocato al centro dello spazio sacrificale come asse cosmico che unisce il cielo dei Deva con la terra degli uomini consentendo loro di comunicare: i primi elargendo beatitudini, i secondi inviando doni e suppliche.
Egli è anche amico di Indra, il dio guerriero che durante la conquista dell'India da parte degli Arii diviene di massima importanza per queste popolazioni di nomadi invasori.

Viṣṇu nello hindūismo

Gli avatāra di Viṣṇu

Iconografia

Nelle rappresentazioni artistiche e devozionali dello hindūismo Viṣṇu indossa spesso una corona (kirīṭa mukuṭa, corona regale che lo individua come Cakravartin, "Signore dei mondi"); con le quattro braccia regge i suoi attributi: il disco o ruota (chakra) nel duplice significato di "ruota" solare o del carro celeste che trasporta la divinità solare e di "disco" inteso come arma da lancio e quindi con il significato di potere e protezione, esso ha il nome di Sudarśana (Bello da vedere); la mazza (gadā) che ha il nome di Kaumodakī, l'arma con cui Viṣṇu uccise il demone Gada, essa simboleggia anche il potere del tempo che tutto distrugge; la conchiglia (śaṅka, la Charonia tritonis) è anch'essa un'arma in quanto soffiandoci dentro procura un suono che atterrisce i demoni e li fa fuggire, il nome della śaṅka di Viṣṇu è Pāñcajanya dal demone a cui la strappò Pāñcajana (Cinque elementi); il fiore di loto (padma) simbolo della divinità solare.

I nomi di Viṣṇu

Come altre divinità hindu, Viṣṇu conserva diversi altri nomi e appellativi tradizionalmente elencati nel Viṣṇusahasranāma ("I mille nomi di Viṣṇu "), contenuto all'interno del Mahābhārata. In questo elenco Viṣṇu è celebrato come il Dio Supremo.

martedì 6 maggio 2008

Rāmāyaṇa

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Il Rāmāyaṇa (devanāgarī रामायण; lett. il "Cammino - ayana- di Rāma"), insieme al Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici dell'induismo, oltre a risultare uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.
Il poema, attribuito tradizionalmente al cantore (ādivaki), e protagonista dello stesso, Vālmīki, narra le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa, che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato.

Datazione e recensioni

Il nucleo originario del poema è databile tra il VI e il III secolo a.C., il completamento della sua redazione va invece ascritto ai primi secoli della nostra era.
L'epos rāmaico consta di 24.000 śloka (versi), 70.000 in meno rispetto al più complesso Mahābhārata, suddivisi in oltre 645 sarga ("canti"), distribuiti in sette kāṇḍa ("libri"), di cui il primo (Bālakāṇḍa) e il settimo (Uttarakāṇḍa) sono considerati, a giudizio unanime della critica, delle addizioni posteriori.
Il nucleo originario dell'intera opera è costituito dai kāṇḍa II-VI dove Rāma appare nella sua veste eroica, acquisendo, nei due kāṇḍa recenziori, il I e il VII evidenti caratteristiche divine, anche se vi sono tracce di aspetti divini dello stesso Rāma anche nelle parti più antiche del poema.
Il Rāmāyana, proprio come i poemi omerici, può essere considerato come un serbatoio o una raccolta dell'insieme delle conoscenze e dei modelli culturali di un'intera civiltà. L'epos rāmaico pertanto svolge una funzione educativa adempiendo in pieno, essendo depositario del sapere collettivo, al suo compito didattico-paradigmatico. Eppure questo deposito o "sedimento ereditario", trasmesso dalla tradizione orale, non va inteso come patrimonio onnicomprensivo, ma piuttosto come stratificazione e sovrapposizione progressiva di un materiale storico, mitico, aneddotico e geografico che nel corso dei secoli è stato ricucito in una raccolta organica divenuta sintesi e simbolo dei contenuti culturali, religiosi e filosofici di un'intera civiltà.
In questo senso Rāma, non è solo il protagonista dell'epos narrato, bensì il nome dato ad un codice di comportamento morale, religioso, politico, e sociale che appartiene ad una fase precisa della civiltà indiana. Ciò significa che il poema rāmaico non solo “descrive", ma "prescrive", attraverso il fulgido esempio di Rāma e Sītā come archetipi di perfezione e di adesione al dharma, un modello di condotta morale ed etica da imitare e interiorizzare.
La narrazione di questi eventi mitici ci è giunta grazie alle eleganti strofe di Vālmīki che, con il suo stile raffinato ed erudito, sembra anticipare gli elaborati componimenti di epoca classica (Kāvya), ossia un particolare tipo di letteratura caratterizzata da lunghissime descrizioni, sorprendenti paragoni e metafore, giochi di parole e ostentazioni di dottrina, rime interne e tutto un repertorio di ricercatezze formali e ornamenti stilistici (alamkāra) che inducono gli studiosi ad ipotizzare una matrice di natura aristocratica e a individuare nelle corti e nelle cerchie di intellettuali il luogo privilegiato di irradiazione di questo nuova e sapiente produzione letteraria. Anche gli indologi sono unanimi nell'accettare il dato della tradizione che assegna a un cantore (ādivaki ) la composizione del poema o, almeno, di quello che è ritenuto il suo nucleo originario, nonostante il nome di questi, Vālmīki, venga citato solo esclusivamente nelle due sezioni, la prima e la settima, notoriamente considerate spurie.
In ogni caso il celebre ādivaki non avrebbe fatto altro che rielaborare e ricucire gli antichi materiali relativi all'eroe Rāma, tramandati dai bardi o cantori itineranti (cārana, kuśīlava), dei quali abbiamo traccia anche in tradizioni esterne alla cultura brahmanica, come quella buddhista e quella jaina.
Il Rāmāyana è giunto a noi in tre recensioni:
  • l'edizione "meridionale" detta di Bombay o vulgata (in 24.049 strofe; 24.272 nella versione di Kumbakhonam; 645 sarga, "canti"), probabilmente la più antica; l'ultima ristampa di questa versione è in 7 volumi (4 di commenti) editi dalla Nag di Delhi 1990-1991;
  • l'edizione "nordoccidentale" (24.202 strofe; 666 sarga); la pubblicazione di questa edizione è in 7 voll. curati da R. Labhāya, Bh. e V. Śāstrī, D.A.V. College Research Dept. Lahore 1928-1947.
  • l'edizione "orientale", detta "bengalese" o gauḍa (23.930 strofe; 672 sarga).
Tutte e tre le recensioni, seppure differiscano per intere sezioni e persino per discrepanze di contenuto, sono suddivise in sette kāṇḍa e offrono ad ogni modo una visione omogenea e coerente dello svolgimento dell'azione principale. Ogni kāṇḍa origina il proprio nome dalla natura della materia trattata.
A queste tre recensioni se ne aggiunge un'altra detta "critica", in 18.766 strofe (606 sarga), la quale ha suscitato non poche opposizioni. Tale edizione "critica" è stata pubblicata in 7 volumi da G.H. Bhatt, L.P. Vaidya, P.C. Divanji, D.R. Mankad, G.C. Jhala e U. P. Shah, Oriental Institute, Baroda, 1970-1985.

Il tema centrale

Il tema centrale del poema consiste nella storia di Rāma, settimo avatāra di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, e della sua sposa, Sītā.
Gli eventi sono ambientati nel momento di passaggio tra la fine del Tretā-yuga e l'inizio dello Dvāpara-yuga.
Rāma, principe ereditario del regno dei Kosala viene privato ingiustamente del diritto al trono ed esiliato dalla capitale Ayodhyā (collocata nei pressi dell'odierna Faizābād).
Rāma trascorrerà quattordici anni in esilio, insieme alla moglie Sītā e al fratello Lakṣmaṇa, dapprima nei pressi della collina di Citrakūṭa, dove si trovava l'eremo di Vālmīki e di altri ṛṣi, in seguito nella foresta Daṇḍaka, popolata da molti demoni (rākṣasa).
Lì Sītā viene rapita dal crudele re dei demoni, Rāvaṇa, che la conduce nell'isola di Laṅkā.
Rāma e Lakṣmaṇa si alleano quindi con i vānara, potente popolo di scimmie divine, e insieme ai guerrieri scimmia, tra i quali c'è il valoroso e fedele Hanumat, costruiscono un ponte che collega l'estremità meridionale dell'India con Laṅkā.
L'esercito affronta l'armata dei demoni, e Rāvaṇa viene ucciso in duello da Rāma, che torna vittorioso nella capitale Ayodhyā, e viene incoronato re.
Rāma, per rispettare il dharma, è costretto a ripudiare Sītā, a causa del sospetto che abbia ceduto alle molestie di Ravana. Per dare prova della sua purezza, Sītā accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme.

I sette kāṇḍa del Rāmāyaṇa

  1. Bālakāṇḍa (बालकाण्ड; "La sezione [di Rāma] giovane")
  2. Ayodhyākāṇḍa (अयोध्याकण्ड; "La sezione di Ayodhyā")
  3. Āraṇyakāṇḍa (आरण्यकाण्ड; "La sezione della foresta")
  4. Kiṣkindhākāṇḍa (किष्किन्धाकाण्ड; "La sezione di Kiṣkindhā")
  5. Sundarakāṇḍa (सुन्दरकाण्ड; "La sezione bella")
  6. Yuddhakāṇḍa (युद्धकाण्ड; "La sezione della battaglia")
  7. Uttarakāṇḍa (उत्तरकाण्ड; "La sezione ulteriore")

Opere derivate

  • Dal 25 gennaio 1987 al 31 luglio 1988 la rete televisiva pubblica hindū Doordarshan ha trasmesso, ogni domenica, ottanta puntate di una riduzione cinematografica dell'opera. La serie, la cui regia è di Rāmānand Sāgar, è stata la più seguita nella storia delle televisioni indiane con una media di ottanta milioni di spettatori. I tradizionalisti hindū hanno per l'occasione incorniciato il video con corone di fiori a mo' di altare per predisporsi in modo corretto alla visione del sacro racconto.